Medioevo sulla roccia. La Valcamonica dopo i Camuni

In Valcamonica le rocce risultano istoriate anche dopo la romanizzazione, nella continuità di una millenaria tradizione incisoria. Un notevole patrimonio di segni medievali e perfino di età successive ci presenta ora un mondo di fede e castelli, di santi ed eretici, di patiboli e cavalieri.

Incidere, dipingere o graffire la roccia per lasciare i segni del proprio credo e della propria cultura, per compiere atti magici, rituali celebrativi è essenzialmente una caratteristica dei popoli senza scrittura e tale fenomeno ha un riscontro vastissimo, a livello planetario. L’introduzione del carattere scritto (a lungo incubato nella stessa espressione rupestre), e con esso dei processi della civiltà urbana, pone in crisi la tradizione incisoria che tende ad essere rimpiazzata da forme espressive diverse e più sofisticate.

  • Roccia 6,  Campanine di Cimbergo (Brescia)
  • Roccia 7, Campanine di Cimbergo
  • Roccia 21, Campanine di Cimbergo
  • Roccia 3, Campanine di Cimbergo
  • Roccia 19, Campanine di Cimbergo
  • Roccia 21, Campanine di Cimbergo

Valle Camonica (phFrancescaPontani)

Valcamonica (phFrancescaPontani)

Caparbia Resistenza Pagana

Esemplare è il caso della Valcamonica dove l’introduzione, prima marginale, del carattere nord-etrusco dal V secolo a.C., quindi del latino dal I secolo a.C., con la romanizzazione, accompagna e segna la decadenza dell’ultimo ciclo preistorico camuno. Le figure più tarde, graffite o incise mostrano una riduzione drastica della gamma tipologica e appaiono in genere piuttosto grossolane nell’ideazione e nell’esecuzione. Quindi si entra in piena età storica e già dal I o II secolo d.C. della tradizione incisoria doveva essere rimasto ben poco: il culto doveva essersi tradotto, almeno nei centri principali, in forme più consone ad una provincia dell’impero, come testimoniano le scoperte del tempio di Minerva a Breno o quelle di Cividate (la Civitas Camunnorum) e Borno dal I secolo d.C. Ma qualcosa proseguiva ed era probabilmente tollerato dalla pratica sincretistica romana. E qualcosa senz’altro proseguiva in questi stessi luoghi quando con lentezza e difficoltà il cristianesimo cominciò ad affermarsi nelle vallate alpine.

Pievi e castelli della valle

In Val Camonica il Medioevo vive tra pievi romaniche, torri e castelli: segni di una valle attraversata da pellegrini, mercanti e comunità forti.

Borghi e incisioni riutilizzate

Tra borghi in pietra e rocce incise riabitate nel tempo, la Val Camonica medievale intreccia fede cristiana e memoria più antica, in un dialogo continuo tra passato e presente.

«Le montagne non sono solo pietra e neve, ma cattedrali del tempo.»

Il Medioevo non è un tempo oscuro: è un tempo profondo, in cui le pietre parlavano di fede, di comunità e di radici che ancora oggi sorreggono il nostro cammino.

Concilio di Arles

A livello europeo, già nel 452 nel Concilio di Arles si condannavano come «sacrilegii reum» (rei di sacrilegio) gli atti degli «infideles aut faculas accendunt aut arbores, fontes vel saxa venerantur» (infedeli [che] accendono fiaccole o venerano alberi, fonti o pietre) e quindi al Concilio di Tours (567) si interveniva contro «quoscumque […] persistere […] vel ad nescio quas petras aut arbores aut ad frontes, designata loca gentilium, perpetrare» (coloro che […] si ostinano […] oppure fanno voti a certe pietre, o alberi, o fonti, luoghi già scelti dai pagani) e a quello di Toledo (681) contro i «cultores idolorum, veneratores lapidum» (chi adora gli idoli, venera le pietre). E tali ingiunzioni procedono nei capitularia di Carlo Magno ed in praecepta, bolle, decreti fino all’XI secolo ed anche in seguito con l’azione dei singoli vescovi, testimoniando una caparbia persistenza di culti, credenze, superstizioni “pagane”, più o meno degradati, ma comunque profondamente radicati nell’anima di gran parte dell’Europa. Ed in misura maggiore nelle aree marginali come le Alpi, naturalmente più isolate e conservatrici, dove la tradizione sembra di diretta filiazione protostorica più che romano-imperiale.

All’azione repressiva si accompagna comunque quella di sovrapposizione cristiana negli stessi luoghi, come ben si rileva in una epistola (XI, 56) di papa Gregorio Magno tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo: «Fana idolorum destrui […] Aqua benedicta fiat, in eisdem fanis aspergatur, altaria construantur, reliquie ponantur, qui […] necesse est, ut a cultu daemonum in obsequio veri Dei debeant commutari» (essere distrutti i luoghi sacri agli idoli […] che l’acqua venga benedetta e venga sparsa sui medesimi luoghi; si costruiscano altari, vi si collochino reliquie, poiché […] è necessario ed in tal modo siano fatti passare dal culto dei demoni all’ossequio del vero Dio).

Si svolge cioè quell’opera di scongiuro, esorcismo e nel contempo di risacralizzazione, di recupero cristiano dei luoghi pagani per combattere alle radici il fenomeno e non lasciare vuoti pericolosi, ma inizia anche quel processo di contaminazione e di riconversione in ambito cristiano di riti, gesti, consuetudini della vecchia tradizione.

Un’attitudine testimoniata ovunque, e confermata fino a tempi recenti: croci, date, monogrammi cristiani vengono imposti sui monili, menhirs, dolmens e strutture pagane o sulle rocce istoriate, e sorgono chiese, tabernacoli, crocifissi, statue di santi, chiese, spesso a ridosso dei monumenti antichi e sulle stesse superfici incise.

Attecchirono le Dottrine Ereticali

La vicenda della Valcamonica nel Medioevo è emblematica di quella dell’intera area alpina. Con l’agonia, e quindi con la rovinosa caduta del regime imperiale romano, epoca che aveva dato sicurezza e relativa prosperità alla Valle, iniziò un lungo e buio periodo di decadenza civile. Una decadenza caratterizzata dal crollo della rete dei pagiv (villaggi) e delle massae (sorta di fattorie) ed il ridursi ad una economia primitiva, con assoluta prevalenza della pastorizia.

Prima i Goti nel tardo V secolo, poi i Longobardi dal VI all’VIII secolo, infine i Franchi con Carlo Magno segnarono profondamente l’area con la loro regressiva concezione del potere. Una condizione che cominciò a migliorare molto lentamente dopo l’infeudamento della Valle al monastero di St. Martin di Marmoutier (Tours) voluta da Carlo Magno nel 774 e che proseguì fino all’XI secolo. L’evangelizzazione della Valle, certamente sporadica e poco incisiva fino ad allora, inizia effettivamente in quest’epoca, dopo una fase di arianesimo longobardo, e dovette essere lenta e faticosa. Il substrato religioso doveva mantenersi ancora diffusamente pagano, di quel paganesimo popolare di base retico-celtica che la religiosità classica imperiale non poteva avere alterato di molto. Sono probabilmente dell’VIII secolo le prime chiese attestate della Valle e si assiste quindi all’alterna fortuna del potere dei monasteri (oltre a St.Martin, poi di Cluny, quello di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia), dei vescovi di Brescia, dei piccoli signori feudali.

Ma al di là delle scarne notizie storiche la vicenda della Valcamonica e delle valli limitrofe corre lungo una linea difficilmente ricostruibile, specie sul piano dello sviluppo delle credenze e dei costumi. Di certo il cristianesimo avanzò lentamente, dovette confrontarsi con le tradizioni più antiche e radicate e talora tollerare sacche di resistenza ideologica: non è un caso infatti che a partire dall’XI fino al XIII secolo le dottrine ereticali o al limite dell’ortodossia ebbero qui facile presa, sviluppandosi con la vicinìa, forma organizzativa politico-economica di tipo comunitario: iniziano gli Arnaldisti, quindi i Catari, i Valdesi, ma soprattutto gli Umiliati e poi i frati francescani.

Per arrivare a cavallo tra il XV-XVI secolo, quando gli inquisitori domenicani scatenano una vera caccia alle streghe «una guerra di religione, condotta contro un’intera classe considerata deviante, i contadini delle montagne», come dice Roberto Andrea Lorenzi.

Ogni anno nelle Alpi si indicono un migliaio di processi e un centinaio di «streghe» sono arse vive, streghe “vere” o presunte, le cui confessioni sono estorte con torture o inganni.

Il prezzo che paga la comunità camuna è altissimo, se Marino Sanudo nel 1518 parla di 64 arsi sul rogo (la gran parte donne) e di cinquemila incarcerati. Fra le accuse ricorre il solito repertorio di abiura della fede, dispregio dei sacramenti, sortilegi e uccisioni di bambini; ma anche rituali demoniaci, di sabba con il diavolo.

Da tutto ciò, prescindendo dalle motivazioni politiche e dalle fobie di guerra di religione, emerge l’esistenza di un fondo veritiero di pratiche, tradizioni, superstizioni di antia data che ora la Chiesa tenta di stroncare alle radici.

Aneddoti, leggende, storie successive confermano questo substrato e abbiamo al riguardo un documento prezioso che narra come, nel 1580, venne distrutta per volere di Carlo Borromeo una «diabolica e superstiziosa pietra» a Vione, sulla quale «per impetrare la pioggia nella siccità» la comunità locale svolgeva un rito, inviando dodici vergini «adorate di bellissime galle e provviste d’un vaso» che cantavano «superstiziose preci ed invocando sovente il nome del falso Nume di quella pietra, Santa Paola», versando infine acqua di fontana dentro un buco della medesima.

Siamo ben oltre a quanto afferma Jacques Le Goff: «In queste società chiuse (di montagna) un’ortodossia priva di forti radici si trasformava facilmente in eresia e persino in miscredenza». Abbiamo cioè segni di continuità di un costume e di una religiosità popolare di cui ben poco ci è pervenuto per le vie canoniche.

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Un’Arte Rupestre Medievale

Ma ciò che le fonti scritte non testimoniano, in qualche misura sta da tempo riemergendo sulle rocce della Valcamonica, della Valchiavenna e in decine di altre località montane lungo tutto l’arco alpino.

Si tratta di documenti in gran parte rozzi e ripetitivi, generalmente enigmatici, ma forti ed essenziali, sempre rudemente espressivi.

La base di quest’arte è data da croci e segni cruciformi cui si affiancano spesso coppelle, segni lineari, qualche volta segni simbolici, figure antropomorfe o zoomorfe, strumenti, emblemi, caratteri, sigle e date. Li si ritrova sulle rocce, ma anche sugli architravi, sugli stipiti, su blocchi di costruzioni, o mura di chiese ed altri edifici. In più luoghi tali segni li troviamo aggiunti a contesti artistici preistorici o protostorici (Valcamonica, Valtellina, Valchiavenna, Valais, Monte Bego, Val Vigezzo, Valchiusella, Valchisone, Val di Susa ed altre) testimoniando per lo più forme di risacralizzazione cristiana ed esorcismo del “pagano”, ma senza escludere a priori, seppure in pochi casi, una qualche forma degradata di esecuzione eterodossa o a fondo magico, fuori dall’ambito cristiano.

A tal riguardo i dos dei Pagà (pagani) o delle strie (streghe) della Valcamonica (e simili in altre zone), nomi di luoghi con arte storica e preistorica, sono una significativa traccia toponomastica. Questo intero contesto presenta comunque tracce generalmente troppo tenui e frammentarie per imbastire una ricostruzione accurata.

Ma un fatto nuovo è venuto da scoperte fatte in due località delle Alpi lombarde:

a Campanine di Cimbergo, in Valcamonica, e secondariamente nel Parco delle Marmitte dei Giganti, in Valchiavenna.

Nella prima zona, a Campanine, è stata studiata un’area a circa 650 metri di altezza, significativamente a poche centinaia di metri dai ruderi del castello di Cimbergo (XII-XIII secolo), un’area già molto frequentata dagli artisti preistorici (dal Neolitico tardo alla fine dell’età del Ferro). Qui, a fianco delle istoriazioni più antiche, sono emersi centinaia di segni d’età storica martellinati ed a filiforme su otto superfici di grandi dimensioni e nel breve raggio di 80-90 metri. Il semplice elenco può già rivelare l’interesse dell’insieme: a tecnica martellinata abbiamo una data dell’842 (in caratteri latini ed una del 1491, 66 grandi chiavi, 3 cesoie, una composizione a «testa di pesce», 192 croci (greche e latine; semplici, ricrociate, forcute, potenziate, inscritte, pomate, triple papali), un «sacro cuore», 4 balestre, 5 torrioni merlati, una figura antropomorfa con tre chiavi in mano (detta il “San Pietro”), due con una probabile lanterna, e sei altre racchiuse in forme ovoidali, 10 spirali e diversi altri segni simbolici; a tecnica filiforme 8 nodi di Salomone, un crocefisso, 12 patiboli in cui 7 con impiccati e 3 con la figura del boia, numerose scritte e date (dall’819 al 1927), due grandi uccelli coronati, scaliformi, 15 balestre, 7 figure antropomorfe disarmate, 7 cavalieri e 6 fanti in armatura, 5 cavalli, 49 stelle a cinque punte, tre terne di dadi, soggetti vegetali, 6 trias (filetti), numerose croci e diversi altri segni simbolici di non facile interpretazione. Un complesso tanto ricco quanto anomalo, nel quadro dell’arte rupestre storica, unico nelle Alpi e per la stessa Valcamonica che ci ha pur abituato ad ogni sorpresa sulle rocce.

 
Immagini che Vengono da Lontano

Siamo ancora alle valutazioni preliminari, ma sulle rocce di Campanine di Cimbergo, possiamo già distinguere con precisione (grazie alle numerose sovrapposizioni dei segni, alla tecnica e allo stile) almeno sette fasi principali e diverse sottofasi delle stesse.

La fase storica più antica è rappresentata dalla scritta IOVIS in caratteri capitali di sicura attribuzione imperiale che può valere come genitivo dativale nel senso di dedicato offerto a Giove.

A tale segno si affiancano o seguono, in epoca imprecisabile, i nodi di Salomone, un simbolo, probabilmente, di unione e alleanza fra il naturale o l’umano e il divino, a chiara valenza religiosa, ben attestato in epoca tardo-antica, almeno dal II secolo d.C.

Il nodo di Salomone è un simbolo di origine pagana (di sospetta derivazione celtica), riscontrabile in Valle nello stesso pavimento a mosaico del tempio di Minerva (Breno) e nel Capitolium di Brescia, ma che ebbe notevole fortuna anche in epoca cristiana: lo si trova ad esempio ad Aquileia e quindi dipinto o scolpito in numerosi monumenti europei dell’alto e Basso Medioevo. In epoca post-romana le prime formulazioni, in ripresa dal simbolo imperiale, sono germaniche: burgunde, alamanne, longobarde (ad esempio fibule di La Balme in Svizzera, di Chalon sur Saone in Francia e di Castel Trosino-Ascoli Piceno) e franche (S.Antimo-Siena e S. Jean de Maurienne in Savoia).

I nodi di Campanine potrebbero quindi essere datati dal tardo romano, periodo sporadicamente attestato nell’arte camuna, ma che ha proprio qui nello IOVIS un esempio emblematico, al basso Medioevo, e l’unico indizio di precisazione può venirci indirettamente dalle date dell’819 (DCCCXIX), 830 (DCCCXXX), e 842 (DCCCXXXXII), le più antiche sulle rocce alpine, ponendosi in piena epoca degli Ottoni.

Tali date sono in relazione con un’epoca che rimase leggendaria in Valle, quella della conquista carolingia e del forte impulso evangelizzatore grazie alla citata infeudazione al monastero di Marmoutier (774). Ne nacque il più tardo mito di San Glisente e Carlo Magno, eroi guerrieri e cristiani, vincitori di pagani e giudei, convertitori ed ordinatori, modelli forti che fecero ben presa sulla mentalità valligiana. Le date e un gruppo di piccole croci latine (oltre forse agli stessi nodi) possono rappresentare un segno di questo impulso politico e religioso iniziatosi con il dominio franco. Tutto lascia credere che la scelta del sito di Campanine sia dovuto ad una persistenza o forse ad una “novità” (evento, epifania) culturali in loco.

Un secondo insieme di impronta alto-medievale è dato dalle figure filiformi di cavalieri e fanti armati: le lunghe lance, la larga spada, l’armatura del fante e le bardature protettive del cavallo indurrebbero ad una datazione alta. A questa fase possono essere connessi altri segni come le stelle a cinque punte, figure a reticolo e alcuni segni poco intellegibili. In sostanza siamo ora in un ambito “laico”, di nobiltà guerriera, dei milites o dei piccoli feudatari, e non può escludersi un aggancio concettuale con l’edificazione del vicino castello di Cimbergo.

 
Chiavi di Pietro & Patiboli

Ed è il castello infatti che in un terzo momento sembra avere ispirato la curata incisione del torrione con l’alfiere e del complesso fortificato: figure stereotipe ma dettagliate fino ai merli ghibellini (e ghibellini furono i signori di Cimbergo nell’epoca) ed al reticolo dei blocchi delle mura. D’ambito guerriero sono poi le numerose balestre, attribuibili al XIII-XIV secolo e parallelamente le decine di grandi chiavi, le cesoie e l’enigmatica «testa di pesce» istoriate su una larga superficie orizzontale. Proprio le proporzioni delle chiavi ed il tipo di ingegno permetterebbero di datare questa fase, almeno nel suo momento più avanzato, al XIV-XV secolo, epoca in cui forte si manifestò la lotta contro le tendenze “stregoniche” valligiane. Ribadire con tanta evidenza il simbolo della chiave, quasi fosse un ex-voto, un simbolo legato a S.Pietro, il più ortodosso dei santi, ed incidere la stessa probabile figura del Santo con le tre chiavi in mano è fatto alquanto indicativo di una ripresa ortodossa.

Abbiamo dunque nel contempo segni religiosi e laici, commisti anche se nettamente prevalenti l’uno e l’altro in due gruppi di rocce distinti: non a caso i primi si concentrano nella roccia dei nodi e delle prime croci e vicino all’attuale edicola sacra, i secondi più in basso presso un dosso strategico, il più vicino al pendio da dove si possono dominare perfettamente le pendici ed il fondovalle, la regia sembra però unitaria e da riconoscere verosimilmente nell’ufficialità del potere politico-religioso locale.

Una quarta consistente fase delle rocce istoriate di Cimbergo comprende l’inquietante insieme di ben 12 forche patibolari, con un caratteristico piede a tre diramazioni dei montanti. Sette di esse presentano impiccati e tre di queste mostrano la figura del boia in cima ad una scala: in un caso egli sembra scalciare il condannato, appeso a testa in giù, con le braccia dietro la schiena e con un grande cappuccio sul capo; in un secondo caso il boia sovrintende all’esecuzione di una probabile donna con tunica decorata, personaggio «paludato» che appare quindi di buono status sociale. Al già macabro contesto, si associa una figurina con una lunga falce sulle spalle mentre, discosta, ve ne è una seconda, in posizione frontale, cornuta, barbuta e con sesso in evidenza, al cui lato compare una sorta di tubero con foglie e radici: è facile vedervi le immagini della morte e del diavolo. Di più difficile collocazione l’elemento principe e controaltare dei precedenti: un crocifisso.

Ed infine, correlate ai patiboli, ma non vicine al crocifisso, compaiono le tre terne di dadi, simbolo contestuale della crocifissione, ma che qui non hanno un significato chiaro.

Ammessa la contemporaneità dei patiboli con i grandi temi simbolici del Cristo, del diavolo e della morte, va rilevato che gli impiccati non possono essere né eretici né stregoni, ma più probabilmente condannati comuni; i primi infatti erano di regola bruciati (prima attestazione in Valcamonica nel 1485), mentre l’uso della forca è riservato agli omicidi, come documentato in Valle nel 1498 e nel 1624. La datazione delle scene rappresentate è comunque puramente indicativa, potendosi datare il complesso fra il XIV ed il più probabile XVII secolo. In esso ritorna tuttavia l’abbinamento fra elementi profani, ora non più marziali ma giudiziari, ed elementi sacri, sorta di leit motiv di tutto il contesto storico.

Cinque Millenni di Culto

A chiudere questo insieme si pongono, quando già certamente è costruito il tabernacolo, gran parte delle croci a martellina, segni confusi, date dal 1749 al 1787 e 1789 e le numerose scritte, piuttosto tarde, fra le quali, ancora da ben decifrare, si legge «DIO», «AVE MARIA» (monogramma) «formet vago des […] Cimbero», «W il Santo padron», «di oade e (F) franzo a schrito in questo predo», fino alle volgari «Roro, dam una bella pula de foter che la tolirò ades ades de quelli de Cil[bergo] la più» (forma dialettale non più in uso: «pula» può avere valore di tacchino, «foter» come contrazione di «forester», forestiero, e «tolirò» sia prendere che sposare).

Una data del 1927 e qualche graffio confuso sembrano i segni più recenti quando ormai solo il tabernacolo, da tempo, sembra conferire al luogo un qualche valore cultuale. Un insieme storico quindi molto complesso e di tipologia variata che ci permette, con la sua anomalia, una valutazione basilare: siamo di fronte ad un fenomeno incisorio che sembra non avere nulla dell’estemporaneo, del casuale né del circoscritto temporalmente ad un solo periodo, ma che induce ad un’espressione con precise motivazioni, sorretta da una tradizione, quindi da un indirizzo che l’avvicinano strutturalmente alle manifestazioni preistoriche.

C’è inoltre da considerare: che la località di Campanine è a poco più di un chilometro dall’antico borgo di Cimbergo; che è un’area a castagneto, una zona fino a pochi decenni fa ben sfruttata per le castagne, per il patuss (fogliame per le stalle), il legname ed il foraggio; che proprio rasente quattro delle superfici istoriate corre il sentiero principale che conduce a Capo di Ponte e a Nadro; che la sua posizione dominante e d’angolo fra il burrone della Val Re, le ripide pendici ad occidente ed il vasto pianoro di Cimbergo ad oriente le devono aver conferito un ruolo di qualche rilevanza (per vedetta e blocco del passaggio). Tali elementi ne fanno un luogo di qualche valore economico, di avvistamento e di passaggio che dobbiamo supporre ben frequentato in antico e che conserva vivo un segno cultuale (l’edicola con immagine della Madonna).

Una delle poche scritte ben decifrabili recita, in latino, «Ambula in via Domini» (cammina sulla strada del Signore), un precetto che può indicare il luogo come mèta o tappa di fedeli, forse di pellegrini locali per un culto marginale; un culto più volte mutato e comunque vivo fin dal V millennio a.C., che si protrae almeno fino alla dominazione veneta (1428), con un filo che giunge fino ad oggi.

 
Rivalutazione di Segni Poveri

Tutti questi segni riflettono quell’umanità di pastori, contadini, minatori, piccoli artigiani, parroci, ed è proprio qui in Valcamonica che a più riprese riaffiora la vocazione dell’arte rupestre fianco a fianco a quei segni arcaici, ormai misteriosi, che sono comunque stimolo e richiamo ad una tradizione locale, inconsapevolmente vecchia di nove o dieci millenni di vita alpina.

 

Le Molte Storie conflittuali Narrate dai Graffiti Camuni

Campanine di Cimbergo è una vasta area cultuale arcaica ed ibridata. Molte sono le tracce dell’avvenuta contaminazione: da una incisione a martellina strutturata a “rebus” (che possiamo sciogliere linguisticamente come templum jovis), a numerosi nodi di Salomone, diffusamente presenti anche nel tempio di Minerva a Breno (solo per ricordare il referente più vicino) secondo Hugo Blake «simbolo del potere che lega, attraverso un’occulta e rara conoscenza esoterica, il cosmo, le forze naturali». In effetti ben cinque dei sette nodi di Salomone presenti sulla roccia 6 di Campanine sono stati “violati” da una croce cristiana, operata a martellina, un gesto dal significato esorcistico e insieme reinterpretativo dello stesso nodo in chiave cristiana: similmente non è infrequente, nella ripresa che il Medioevo cristiano effettua del preistorico labirinto, che al centro di esso venga collocata una croce, a dire che ora, al centro del percorso della vita dell’uomo vi è il Cristo. Il nodo, insomma, «simbolo del potere che lega», risalente ai riti della fecondità e dell’unione dell’Europa precristiana, agraria, “pagana”, assume ora un diverso significato grazie ad una aggiunta di segno, la croce, che lo cristianizza, che lo assume nel corpus della simbologia cristiana vincente.

Alcune tra le numerosissime chiavi incise a martellina ed una sagoma d’uomo che ne regge altre tre (forse un archetipo di quanto vorrà successivamente simboleggiare il triregno pontificio: padre, rettore della terra, vicario di Cristo); la presenza di cesoie, essenziali a recidere i nodi; la presenza di chiavi a puntone, usate per chiudere i vincoli ai detenuti in cattività; infine la presenza di una forma grande che sembra un pesce, tutti questi segni-simbolo costituiscono una parte davvero cospicua della trama narrativa delle rocce “medievali” di Campanine di Cimbergo, la cui omogeneità iconologica rimanda ad un corpus di simboli paleocristiani costantemente utilizzati nell’azione di evangelizzazione operata dai monaci, quasi un lexicon essenziale e sufficiente della nuova fede.

*Fonte testo: Umberto Sansoni, Andrea Lorenzi, Silvana Cavaldo, Medioevo sulla roccia in Archeologia Viva Anno XII, n. 40 nuova serie, Luglio/Agosto 1993, pp.32-47

Bibliografia

AA.VV., Benaco ’85. La cultura figurativa rupestre dalla protostoria ai giorni nostri: archeologia e storia di un mezzo espressivo tradizionale, Torino 1986

Emmanuel Anati, I Camuni, Milano 1979

Archivio Brescianelli, trascrizione di A.Sina, La leggenda di Carlo Magno e il culto di S.Glisente in Val Camonica, versione Ia, secolo XVI

R.Andrea Lorenzi, Medioevo Camuno, Brescia 1979 e 1991

Maurizio Rossi, Religiosità popolare e incisioni rupestri in età storica, Courgné 1981

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