Domus de Janas: le antiche Case delle Fate della Sardegna

Le domus de janas, le celebri “case delle fate” della Sardegna, sono molto più che monumenti archeologici: sono varchi nella memoria profonda dell’isola. A partire dal Neolitico Recente, la Sardegna conobbe una straordinaria diffusione di strutture megalitiche: oltre 152 dolmen, 29 allée couverte, centinaia di ciste litiche e più di 740 menhir, accompagnati da 110 statue-menhir.
Secondo l’archeologo Giovanni Lilliu, questi monumenti «testimoniano l’inizio di una stagione costruttiva guidata da simboli di comunità e appartenenza». In questo paesaggio di pietra e vento, le domus de janas rappresentano il cuore sotterraneo del rituale funerario isolano.

  • Necropoli di Anghelu Ruju – Alghero (SS)
  • Necropoli di Sant’Andrea Priu – Bonorva (SS)
  • Necropoli di Puttu Codinu – Villanova Monteleone (SS)
  • Necropoli di Su Crucifissu Mannu – Porto Torres (SS)
  • Necropoli di Madau – Fonni

domus de janas Villanova Monteleone. Sassari (phFrancescaPontani)

domus de janas di Su Crucifissu Mannu. Porto Torres-Sassari (phFrancescaPontani)

Le «case delle fate» come ultima dimora

A partire dal Neolitico recente, l’isola conobbe una diffusione massiccia di dolmen (almeno 152) e allée couverte («galleria coperta», 29), oltre ad un certo numero di tombe a cista litica e a centinaia di menhir (oltre 740) e di statue-menhir (110). Inoltre, anche una trentina delle oltre 2000 sepolture in grotta artificiale così caratteristiche del Neolitico recente e dell’Eneolitico sardo, le domus de janas (espressione sarda che significa «case delle fate»), furono dotate in facciata di un «corridoio dolmenico», cioè monumentalizzate con il medesimo principio trilitico dei dolmen. L’intero periodo che va dal Neolitico recente all’età del Bronzo antico è contraddistinto dalla continuità d’uso di questa tipologia sepolcrale, con soluzioni planimetriche e decorative estremamente varie, e dal susseguirsi di monumenti megalitici: dalla cultura di Ozieri a quella di Bonnannaro (Bronzo antico), passando per la cultura di Abealzu-Filigosa, quella di Monte Claro e quella campaniforme, per quasi due millenni fiorirono in Sardegna monumenti megalitici “tradizionali”, quindi dolmen, menhir e allée couverte, ma anche muraglie monumentali (come a Monte Baranta, Olmedo) e altari monumentali (come a Monte d’Accoddi, Sassari), costruzioni definite in opera ciclopica che si pongono come un preludio all’esplosione di monumenti megalitici costruiti con la medesima tecnica, che sono la vera cifra distintiva della civiltà nuragica.

Architettura Ipogea

Le domus de janas sono tombe scavate nella roccia tra il Neolitico Recente e l’Eneolitico (IV–III millennio a.C.), diffuse in tutta la Sardegna. Riproducono in negativo lo spazio della casa dei vivi: ambienti pluricellulari, pilastri, architravi, finte travature lignee e portelli simbolici. Questa trasposizione architettonica suggerisce una concezione della tomba come dimora permanente, luogo di continuità tra vita e morte.

Simbolismo Ritualità

All’interno compaiono protomi taurine, spirali, nicchie cultuali e tracce di ocra rossa, elementi legati a pratiche rituali e a un complesso sistema simbolico. Le corna bovine rimandano a forza generativa e protezione, mentre l’uso del colore e dei bassorilievi indica una volontà di sacralizzare lo spazio funerario, trasformandolo in teatro di memoria collettiva e identità comunitaria.

Le Prime Architetture Funerarie della Sardegna Neolitica: Li Muri, Facies di San Ciriaco e Ipogei Rupestri

Le prime tombe con circolo di pietre e cista litica al centro (Li Muri ad Arzachena) e l’escavazione in roccia delle prime grotti celle artificiali (domus de janas, «case delle fate»), che costituiranno lo spazio funerario privilegiato a partire dal Neolitico Recente fino alle soglie dell’età nuragica e anche oltre, vanno verosimilmente assegnate alla facies detta di San Ciriaco (dal nome di un sito in territorio di Terralba, nell’Oristanese). Gli oltre 3500 ipogei si aprono a fior di suolo o sulle pareti di roccia e al loro interno possono svelare una labirintica sequenza di ambienti dalle planimetrie semplici e articolate (fino ad un massimo di 22 ambienti), nei quali possono essere riprodotti elementi architettonici quali nicchie, lesene, pilastri, banconi, setti divisori e, sul soffitto, la resa in positivo o negativo della copertura lignea di un tetto. Rientrano nell’ambito cultuale le piccole cavità scavate sul pavimento per la combustione o la deposizione di offerte e le raffigurazioni, più o meno schematiche, di protomi o corna bovine. L’uso della pittura rossa per evidenziare i bassorilievi o per creare motivi architettonici o decorativi è ampiamente documentato. Tra i soggetti scolpiti nelle tombe, oltre alle figurazioni bovine e ai motivi astratti come le spirali, interpretabili come stilizzazioni di protomi animali, vi sono figure umane stilizzate, tra cui alcune maschere animali, rappresentate in scene di danza (Tomba Branca, Cheremule), e altre raffigurate a testa in giù con il corpo ad ancora (Sas Concas, Oniferi). A fronte di un numero così elevato di ipogei sono estremamente esigui i dati relativi ai rituali funebri anche a causa della consuetudine, reiterata nei secoli, di riutilizzare gli spazi funerari, rimuovendo le deposizioni più antiche. A partire dal Neolitico Finale, accanto al grandioso fenomeno funerario delle sepolture ipogee neolitiche (domus de janas), si assiste all’edificazione di differenti modelli di strutture funerarie, che rientrano nell’ambito del megalitismo e si ricollegano a una tradizione che innalza costruzioni subaree con pietre di grandi dimensioni e muratura a secco.

Le “case delle fate” non sono semplici tombe: sono architetture di passaggio, spazi dove la comunità dialogava con il mistero.

«Siamo il regno ininterrotto… di onde che ruscellano i graniti antichi… una terra antica di lunghi silenzi.» — Grazia Deledda

UNA  MONUMENTALIZZAZIONE Ispirata al Mondo Dolmenico🌿🌀🍃

Circa una trentina delle oltre 2000 grotte artificiali scavate nel Neolitico Recente ed Eneolitico furono dotate in facciata di un vero e proprio corridoio dolmenico, una monumentalizzazione trilitica che avvicina simbolicamente le tombe ipogee ai grandi santuari megalitici europei.


Lo studioso Ernesto Melis interpretò questa scelta come «una volontà di rendere le tombe visibili anche nel paesaggio dei vivi, trasformandole in segni permanenti».

CONTINUITA’ SEPOLCRALE dal Neolitico al Bronzo⟡🌿〰️

Tra Neolitico Recente e Bronzo Antico – si sviluppa una sorprendente continuità d’uso di tombe ipogee e monumenti megalitici.

Le culture di Ozieri, Abealzu-Filigosa, Monte Claro, Bonnannaro e quella campaniforme  – scandiscono quasi duemila anni di innovazioni architettoniche e rituali.
Accanto ai dolmen e ai menhir sorgono imponenti strutture come:

  • le muraglie megalitiche di Monte Baranta (Olmedo),
  • il suggestivo altare di Monte d’Accoddi (Sassari), una delle architetture più enigmatiche del Mediterraneo preistorico.

Per Giovanni Lilliu, questi monumenti costituiscono «un preludio alla piena maturazione della civiltà nuragica», destinata a dominare l’età del Bronzo.

LE ORIGINI: la facies di San Ciriaco e le prime Tombe Ipogee🌾🌀🌙

Le prime tombe a cista litica  – con cerchi di pietre (Li Muri, Arzachena) e le prime domus de janas scavate nella roccia emergono con la facies di San Ciriaco.
Questi ipogei – oltre 3500 in tutta l’isola – si aprono a livello del suolo o sui fianchi delle colline, creando spazi sotterranei articolati fino a un massimo di 22 ambienti.
All’interno vengono riprodotti:

  • pilastri,
  • nicchie,
  • banconi rituali,
  • lesene,
  • e perfino la resa del tetto ligneo delle abitazioni.

Come ricordava l’archeologa Maria Rosaria Manunza, «le domus de janas sono case vere, ma destinate a chi intraprendeva il viaggio verso un altro piano dell’esistenza».

SIMBOLI, COLORI & RITUALI: l’alfabeto sacro della morte🍃⟡🌀

Le tombe sono costellate di elementi cultuali: cavità per combustioni, punti di deposizione di offerte, pitture in ocra rossa utilizzate per evidenziare bassorilievi e motivi geometrici.
Tra le raffigurazioni più comuni compaiono:

  • protomi bovine,
  • spirali,
  • figure antropomorfe stilizzate,
  • maschere animali,
  • scene di danza (come nella Tomba Branca di Cheremule),
  • figure capovolte con corpo ad ancora (Sas Concas, Oniferi).

Secondo l’archeologo Alfonso Stiglitz, questa simbologia «ricompone un universo spirituale in cui il confine tra umano, animale e divino è permeabile».

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RITI PERDUTI e Riuso Secolare delle Tombe🌿〰️🌀

Nonostante l’enorme quantità di ipogei, i dati sui rituali funebri restano scarsi. Le tombe furono infatti riutilizzate per secoli, con spostamento o rimozione delle deposizioni più antiche.
Dalla fine del Neolitico, accanto alle domus de janas si diffonde la costruzione di tombe megalitiche subaeree, con grandi lastre litiche e muratura a secco, che collegano la Sardegna alle correnti megalitiche europee.

Una tradizione di pietra che continua a parlare ai paesaggi contemporanei: questi monumenti erano strutture pensate per durare, per comunicare, per tramandare identità.

 

*Fonte da:

Archeo giugno 2012 Anna Depalmas;

Archeo agosto 2022 Manuela Puddu.

Bibliografia

Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei nuraghi, Torino, ERI, 1988.
(Testo fondamentale per comprendere il contesto culturale prenuragico e nuragico della Sardegna.)

Enrico Atzeni, La preistoria e la protostoria, in Massimo Guidetti (a cura di), Storia dei Sardi e della Sardegna, Milano, Jaca Book, 1988.
(Quadro sistematico delle culture neolitiche ed eneolitiche sarde, con riferimento alle tombe ipogeiche.)

Alberto Moravetti, La Sardegna preistorica e nuragica, Sassari, Carlo Delfino Editore, 2000.
(Analisi delle architetture funerarie prenuragiche, incluse le domus de janas.)

Giuseppa Tanda, Arte e religione della Sardegna preistorica, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1984.
(Studio sulle decorazioni simboliche delle domus de janas e sul loro significato cultuale.)

Giuseppa Tanda, Le domus de janas della Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1990.
(Monografia specifica sulle tombe ipogeiche neolitiche sarde.)

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