Mostra TATUAGGI. STORIE DAL MEDITERRANEO
Dalle mummie a oggi: la storia del tatuaggio in mostra a Pesaro
Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo è la mostra allestita ai Musei Civici di Palazzo Mosca, a Pesaro, dal 26 giugno 2026 al 10 gennaio 2027. Un percorso archeologico e antropologico che racconta la storia del tatuaggio attraverso migliaia di anni, dalle mummie tatuate della preistoria fino alle pratiche devozionali e ai tatuaggi legati alla marginalità sociale.
Visitando la mostra, quello che emerge è soprattutto la straordinaria capacità del tatuaggio di attraversare epoche, culture e società assumendo significati molto diversi: segno terapeutico, amuleto, simbolo religioso, marchio punitivo, dichiarazione di appartenenza o traccia dell’identità personale. Una storia scritta direttamente sulla pelle, che permette di guardare al corpo umano anche come ad un documento archeologico.
ARCHEOLOGIA del tatuaggio.
Le prime testimonianze: le mummie tatuate nel mondo
Secondo antropologi e archeologi il tatuaggio costituisce, insieme alle sepoltura, il primo gesto cosciente con cui l’uomo si è differenziato dal mondo animale: alcuni ritengono che i graffiti nelle caverne fossero riproduzioni di disegni tatuati sulla pelle, altri sostengono il contrario. Pratica antica quanto l’uomo e diffusa in ogni continente, il tatuaggio ha sempre veicolato un messaggio sociale: ci si scriveva qualcosa sul corpo affinché gli altri capissero l’identità, lo status, la fede religiosa o l’appartenenza ad un gruppo (soldati, schiavi, gladiatori, marinai, …) della persona che avevano di fronte.
Alla pari di altre modificazioni corporee, esercitava inoltre funzioni di protezione spirituale e terapia medica.
Il tatuaggio è un fenomeno globale e diacronico. La prova della sua ubiquità risiede nelle centinaia di corpi mummificati ritrovati in 5 continenti e 13 nazioni (dalla Russia alla Cina, dal Perù all’Egitto, dall’Italia alle Filippine), lungo un arco temporale che copre quasi cinquemila anni (dal 3300 a.C. al 1600 d.C.).
L’eccezionale stato di conservazione dei tessuti cutanei nelle mummie e i moderni strumenti diagnostici hanno risolto gli ultimi dubbi degli studiosi: in assenza di tali prove, le decorazioni rinvenute su sculture, vasellame o iscrizioni parietali potevano essere interpretate come semplici ornamenti temporanei. Grazie all’analisi delle epidermidi mummificate sappiamo invece che si trattava sicuramente di interventi permanenti sulla cute, in alcuni casi ancora perfettamente leggibili nei loro aspetti compositivi, formali e cromatici.
Il corpo diventa documento quando la pelle racconta ciò che le fonti hanno dimenticato.
Ötzi: il primo tatuato
Il 19 settembre 1991, durante un’escursione nella zona del Giogo di Tisa in Val Senales, a 3.210 metri di altitudine venne ritrovato il corpo mummificato di un uomo vissuto circa 5300 anni fa, tra il 3350 e il 3120 a.C. Era in buono stato di conservazione e le analisi diagnostiche condotte sulla pelle della mummia, oggi conservata presso il Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, hanno consentito di individuare 61 tatuaggi.
I tatuaggi di Ötzi (questo il nome familiarmente attribuito a quell’uomo) presentano interessanti somiglianze con quelli rinvenuti su altri corpi mummificati, ritrovati in luoghi molto distanti tra loro e relativi ad individui vissuti in epoche differenti.
Gli studiosi nel corso degli ultimi anni hanno così sottolineato i caratteri che accomunano molti tatuaggi medico-curativi, che non solo palesano analogie formali (con dimensioni e forme assai simili, nella loro elementarietà), ma insistono sulle medesime parti del corpo, su cui operano forme diverse di medicina tradizionale (dall’agopuntura cinese alle applicazioni sciamaniche).
Il tatuaggio terapeutico, da ieri a oggi
Tra i vari mezzi a disposizione della medicina antica, l’agopuntura e i tatuaggi sono stati ampiamente utilizzati per alleviare il dolore e curare le malattie. Diversi studi antropologici e testimonianze da numerose popolazioni indigene in tutto il mondo dimostrano il trattamento dei punti di pressione in relazione a disturbi articolari, reumatismi, dolori cronici e localizzati, tra le patologie più comuni.
E’ degno di nota il fatto che popoli provenienti da aree del globo distanti tra loro abbiano impiegato tali metodi di guarigione in modo quasi identico, il che spiega sia il ruolo curativo del tatuaggio sia la diffusione di questa pratica sin dai tempi più remoti.
Il caso di una mummia peruviana tatuata negli stessi punti di pressioni utilizzati nell’agopuntura tradizionale cinese per curare il dolore al collo rappresenta un tale esempio di tali dinamiche.
Da strumenti di guarigione i tatuaggi si sono evoluti acquisendo significati plurimi e svolgendo molteplici funzioni pratiche e simboliche. I tradizionali tatuaggi facciali delle popolazioni artiche, ad esempio, si collocano all’incrocio tra medicina e religione, poiché le malattie erano tradizionalmente collegate a forze malvagie e squilibri spirituali.
Il tatuaggio come amuleto nell’antico Egitto
Dopo decenni di dibattito scientifico sulla natura temporanea o permanente dei simboli e dei motivi ritrovati su decorazioni parietali, materiali ceramici e sculture lapidee, le analisi diagnostiche compiute su numerose mummie rinvenute in Egitto e in Sudan hanno fugato ogni dubbio: gli Egizi conoscevano e utilizzavano le tecniche del tatuaggio.
Tra i ritrovamenti attuali, le mummie tatuate più antiche risultano contemporanee a Ötzi (3400-3000 a.C.), ma ne sono state ritrovate alcune datate al 700 d.C., anche con simboli cristiani.
E’ difficile sintetizzare i motivi caratteristici del tatuaggio in Egitto, ma ciò che accomuna le diverse epoche è certamente una prevalenza di questa pratica tra le donne in area nubiana (tra l’Egitto meridionale e il Nord Sudan), e l’associazione con il culto di divinità egizie come Hathor (protettrice della gioia, dell’amore, della maternità e della bellezza) e Bes (protettore della casa, delle partorienti, dei bambini).
Sono stati rinvenuti motivi geometrici, foglie e fiori, ma anche simboli associati alle divinità, come il leone per Bes, spesso tratteggiati sul ventre e sulle braccia, che ricordano le decorazioni ritrovate su bamboline in argilla e figure dipinte su piatti e vasi ceramici.
La mummia di Deir el Medina
Tra i tatuaggi su alcune mummie egizie spicca l’esemplare scoperto nel 2018 durante gli scavi a Deir El Medina diretti dall’egittologo Cédric Gobeil. Fotografando con i raggi infrarossi la pelle di alcuni corpi mummificati, Anne Austin ha dimostrato che quelle che erano state fino ad allora considerate macchie cutanee erano invece figure tatuate.
La donna, vissuta tra il 1292 e il 1189 a.C., reca ben 30 simboli tatuati, tra cui i più evidenti sono gli occhi di wadjet (simbolo di protezione), i segni nefer (che indicano bontà) e due babbuini seduti (associati al culto di Thot, divinità della magia e della parola), posizionati come un collare di amuleti. La combinazione con gli altri tatuaggi presenti sul corpo, tra cui serpenti, fiori di loto e vacche, ha indotto i ricercatori a ipotizzare che fosse una sacerdotessa della dea Hathor.
MEDITERRANEO
Le origini del tatuaggio nel Mediterraneo
Le coste mediterranee hanno ospitato numerose culture. Tra le pratiche condivise vi è il tatuaggio. Però se nell’antico Egitto i tatuaggi fungevano da simboli di protezione legati a specifiche divinità (comunque riconducibili ad una funzione apotropaica), nell’Italia pre-romana sembrano avere un’accezione peculiarmente femminile. Al contrario, gli antichi Greci e Latini condividevano un’opinione negativa, legata ai costumi di popoli “barbari” e a individui di bassa estrazione sociale o privi di libertà (schiavi, prigionieri di guerra, condannati ai lavori forzati, ecc.), anticipando i giudizi morali diffusi nelle civiltà occidentali in età moderna.
Le decorazioni corporee femminili nei popoli italici
Nell’area circostante l’odierna Manfredonia, in Puglia, sono stati rinvenute numerose necropoli risalenti al V e VI secolo a.C., tra cui molte stele calcaree, che fungevano da lapidi ed erano decorate con motivi in rilievo raffiguranti defunti e defunte.
A partire dagli anni ’80 l’archeologa Maria Luisa Nava ha condotto approfonditi studi su centinaia di questi reperti, poiché molte stele femminili presentano varie decorazioni sulle braccia. Pur indossando spesso molto chiaramente guanti cerimoniali, le figure raffigurate recano simboli geometrici sulla parte superiore del braccio che sembrano più simili a decorazioni corporee o tatuaggi.
I disegni rinvenuti su queste stele sono stati spesso collegati alla consuetudine ottocentesca delle donne nell’area balcanica di tatuarsi su braccia e mani disegni geometrici simili.
Il tatuaggio punitivo, dall’antica Roma all’impero Britannico
La cultura romana condivideva il giudizio negativo espresso dai Greci. Sono infatti numerosi i popoli stranieri raggiunti dai Romani nei secoli, molti dei quali (dai Bretoni ai Mauritani) recavano decorazioni corporee permanenti e non, documentate dai diversi storici coevi.
Il tatuaggio nell’antica Roma assunse poi una connotazione punitiva volta a identificare persone o gruppi sociali degenerati: schiavi, fuggitivi, prigionieri di guerra, criminali (per Giovenale e Apuleio, gli ergastolani erano inscripti o litterati), condannati ai lavori forzati e alle scuole gladiatorie, persone probosae (mimi, istrioni, prostitute, lenoni e ruffiani) e le matricole degli arsenali (fabricienses). Facevano eccezione i legionari, che recavano sul braccio destro il nome dell’imperatore e la data dell’ingaggio.
Il tatuaggio (denominato stigmata, maculae o notae) era impiegato soprattutto per rendere permanente l’evidenza della punizione, anche qualora la pena fosse stata temporanea. In aree visibili quali fronte, mani, caviglie, collo o petto veniva inscritto il nome del crimine (“K” o “KAL” per kalumniator/falso accusatore, “FVR” per fur/ladro o “FVG” per fugitivus/schiavo fuggito), l’autorità offesa o la pena da scontare: molti condannati ai lavori in miniera recavano l’acronimo “AM”/ad metalla.
A partire dalle constitutiones di Costantino del 316 d.C. vennero aboliti l’inscriptio frontis (la pratica di tatuare in fronte i condannati) e i tatuaggi punitivi, specialmente per gli schiavi liberati. Da qui proliferarono alternative per segnalare la condizione di schiavitù, come i collari nelle foto.
Il tatuaggio infamante è stato utilizzato in diverse nazioni fino all’inizio del XIX secolo, come risulta dallo strumento della marina britannica ottocentesca recante la “D” di deserter e il “guanto” chiodato con cui venivano marchiati a metà Seicento i disertori delle milizie lealiste di Carlo I Stuart, re d’Inghilterra.
Il tatuaggio come pratica barbarica nell’antica Grecia
I Greci conoscevano il tatuaggio, ma lo associavano alle popolazioni e alle usanze barbare (non greche) ritenendolo una pratica degradante: che fossero gli Assiri descritti da Luciano o i Traci osservati da Erodoto, così carichi di segni e colori da originare l’espressione thracianotae, i tatuaggi denunciavano l’estraneità culturale dei loro portatori.
Il termine onomatopeico “barbaro” risulta infatti dispregiativo, teso ad imitare dei suoni poco articolati e quasi grotteschi. Di conseguenza è facile immaginare che il tatuaggio e le modificazioni corporee (diffuse prevalentemente in altre aree geografiche) fossero considerate altrettanto negativamente.
Poco importava se fossero valorosi guerrieri: per i Greci il tatuaggio non era concettualmente diverso dalla marchiatura di un capo di bestiame e di uno schiavo, era una prassi indegna degli uomini liberi, riservata a quanti avevano perduto il diritto di vivere liberamente: prigionieri di guerra, schiavi, condannati.
Le stele di Manfredonia
Le stele di Manfredonia risalgono al VI-V secolo a.C. e sono tra le poche testimonianze materiali della civiltà dauna, che occupava l’area settentrionale dell’attuale Puglia.
Prima dell’ellenizzazione (avvenuta tra il V e il IV secolo a.C.) e della successiva annessione al territorio romano, le origini dei Dauni si collocano nel centro Italia con influenze Illiriche (nell’attuale Croazia).
Pur non avendo numerose testimonianze dei loro usi e costumi, le stele ci aiutano a immaginare la vita e la società dauna: le stele identificate come maschili recano armi, mentre quelle femminili monili e grembiuli decorati. Sono poi rappresentate alcune scene quotidiane, come la caccia e la pesca, la tessitura, le processioni e i banchetti: in uno dei frammenti qui esposti è rappresentata una barca a vela, che quindi ci suggerisce i collegamenti marittimi con altre aree della penisola e del Mediterraneo.
I segni sulle braccia, all’altezza del gomito si evolvono dai motivi semplici (presenti sugli esemplari esposti) a simboli del sole nascente, il fiore della vita o croci, che potrebbero fare riferimento ai cicli solari e lunari, da cui l’associazione femminile.
Sopravvivenze etrusche
Nella cultura etrusca non esistono evidenti testimonianze della pratica del tatuaggio. Tuttavia, grazie ai collegamenti con le realtà greche e magno greche, è possibile che tale conoscenza fosse pervenuta anche agli Etruschi. Il ritrovamento di manufatti di origine greca nelle necropoli della Tuscia ci può ricondurre a tale associazione.
Sebbene non lo si possa affermare con assoluta certezza, perché potrebbe trattarsi di decorazioni temporanee, alla luce delle più recenti scoperte scientifiche si può ipotizzare che i motivi rinvenuti sul balsamario del VI secolo a.C. proveniente da Rodi e ritrovato a Cerveteri in una delle tombe della Banditaccia (tumulo I, tomba 1) possano rappresentare dei tatuaggi.
I disegni dipinti sulla gamba destra del balsamario sono infatti molto simili ai motivi tatuati sugli arti inferiori delle donne trace effigiate nei vasi greci coevi.
ORIGINI DEL TATUAGGIO DEVOZIONALE
La simbologia cristiana
Con il tempo i fedeli cristiani iniziarono a tatuarsi motivi sempre più complessi, passando dai primi monogrammi alle riproduzioni dei grandi luoghi di pellegrinaggio, come il Sacro Sepolcro di Gerusalemme. Le fonti di ispirazione non erano solo le esperienze vissute, ma anche la vasta simbologia di vetrate, icone e oggetti liturgici. Un ruolo cruciale nella diffusione di questa pratica fu esercitato dall’Ordine di San Francesco e dalla Compagnia di Gesù, in diverse epoche custodi del Santo Sepolcro di Gerusalemme e del Santuario di Loreto.
Tra i simboli più significativi spiccano le stimmate di San Francesco e le devozioni promosse dai Gesuiti come il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria. Grazie alla presenza dei due ordini, il tatuaggio religioso si diffuse in modo parallelo tra Gerusalemme e Loreto.
Loreto. Il tatuaggio religioso come “souvenir” sacro ovvero Gerusalemme-Loreto, andata e ritorno
A Loreto la tradizione del tatuaggio devozionale è antica: fin dal XVI secolo vi sono testimonianze dell’incisione di simboli devozionali, immagini della Madonna, del Crocifisso, di santi da parte di tatuatori che operavano sui pellegrini nei pressi del Santuario. Tale pratica, molto diffusa fino al tardo Ottocento, è scomparsa definitivamente solo negli anni Quaranta del secolo scorso.
Il tatuaggio avrebbe raggiunto Loreto all’inizio del XVI secolo, quando i Templari cacciati da Gerusalemme vi avrebbero portato le pietre della Santa Casa di Nazareth.
Il mestiere del tatuatore era praticato da 4 o 5 famiglie che si tramandavano l’arte e gli strumenti, e l’iscrizione tatuata era un segno di appartenenza, un atto con cui il fedele-pellegrino si metteva sotto la protezione della Vergine Lauretana, testimoniava la grazia ricevuta o la richiesta di aiuto miracoloso o forniva una prova indelebile del pellegrinaggio compiuto.
Le marche in legno di bosso per i tatuaggi erano indossate dai tatuatori ambulanti e sbattute le une contro le altre per creare rumore e attirare l’attenzione dei passanti clienti.
La testimonianza più dettagliata di questa pratica proviene da Caterina Pigorini Beri, che nell’opera “Costumi e superstizioni dell’Appennino Marchigiano” (1889) catalogò oltre 100 marche da tatuaggio: i simboli lauretani comprendono sia motivi religiosi, passando dalle rappresentazioni degli ordini Francescano e Gesuitico a generici simboli cristiani e non. La studiosa descrive tatuaggi dedicati all’amore, portati anche da giovani spose e da vedove, ma anche a tema marinaresco o commemorativo. Dunque, anche se la pratica era legata ad un luogo di culto, il tatuaggio poteva assumere anche connotazioni “laiche” e biografiche, come un amore appena nato o perduto o la descrizione della propria vita in mare.
DAL CARCERE ALL’ANTROPOLOGIA CRIMINALE: quando il tatuaggio diventa una traccia sociale
Tra Ottocento e Novecento il tatuaggio viene osservato anche attraverso lo sguardo delle istituzioni e della nascente antropologia criminale. Nelle carceri il tatuaggio diventa un vero e proprio codice, capace di raccontare appartenenze, esperienze, gerarchie e percorsi individuali. Ma proprio questa sua diffusione tra detenuti e persone considerate ai margini della società alimentò l’idea che i tatuaggi potessero essere una sorta di “mappa” della devianza.
È in questo contesto che si inseriscono gli studi di Cesare Lombroso, che interpretò alcuni caratteri fisici e comportamentali dei criminali come manifestazioni di una presunta predisposizione innata al crimine. I tatuaggi entrarono così nell’analisi dell’antropologia criminale, diventando per gli studiosi dell’epoca una traccia da classificare e interpretare. Una lettura oggi superata, ma importante per comprendere quanto a lungo il corpo tatuato sia stato associato a marginalità, pericolosità e trasgressione.
Un significato completamente diverso emerge invece dalla tradizione dei tatuaggi bosniaci, soprattutto quelli praticati sulle donne cattoliche della Bosnia. Croci, bracciali e motivi geometrici venivano incisi sulla pelle come segni di identità religiosa e culturale, in particolare durante il periodo ottomano. Qui il tatuaggio non è un marchio imposto dall’autorità, ma diventa un segno scelto e portato sul corpo per dichiarare appartenenza, fede e identità, mostrando ancora una volta quanto possa cambiare il significato di una stessa pratica a seconda della società e del momento storico.
TATTOO. Storie dal Mediterraneo: una storia scritta sulla pelle
Dalle mummie tatuate della preistoria ai pellegrini che portavano sulla pelle il ricordo di Loreto, dai marchi imposti a schiavi e carcerati fino ai tatuaggi tradizionali bosniaci, la mostra Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo a Pesaro racconta una pratica che ha attraversato millenni senza mai avere un unico significato.
È forse questo l’aspetto più interessante del percorso: il tatuaggio non è semplicemente una decorazione del corpo. È una traccia che parla di identità, appartenenza, fede, cura, potere, punizione e memoria. Cambiano le società e cambiano i simboli, ma rimane la necessità profondamente umana di lasciare qualcosa sulla propria pelle.
Visitare questa mostra significa quindi guardare il tatuaggio con occhi diversi: non più soltanto come una pratica contemporanea, ma come un fenomeno archeologico, antropologico e culturale, capace di raccontare la storia delle persone attraverso il loro corpo.
Per chi ama l’archeologia, la storia del Mediterraneo e le forme attraverso cui le culture hanno espresso la propria identità, Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo è una mostra interessante da vedere a Pesaro fino a gennaio 2027.
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Informazioni per visitare la mostra
Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo – Pesaro
Dove: Musei Civici di Palazzo Mosca
Indirizzo: Piazza/Piazzetta Toschi Mosca 29, Pesaro (PU)
Periodo: 26 luglio 2026 – 10 gennaio 2027
Curatore: Guido Guerzoni, con la collaborazione di Beatrice Corti
Produzione: 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE
Promossa da: Comune di Pesaro e Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive, in collaborazione con Pesaro Musei.
Orari di apertura
Fino al 31 agosto 2026
- Lunedì: 10:00–13:00
- Martedì–domenica e festivi: 10:00–13:00 / 15:00–19:00
Dal 1° settembre 2026
- Martedì–domenica e festivi: 10:00–13:00 / 15:00–18:00
- Lunedì: chiuso.
Chiusure: 25 dicembre e 1° gennaio.
Contatti
Musei Civici di Palazzo Mosca
☎️ 0721 387541
✉️ info@pesaromusei.it
Per visite guidate e attività didattiche è richiesta la prenotazione.
Sito ufficiale: Pesaro Musei – Tatuaggi. Storie dal Mediterraneo
♥ foto by Francesca Pontani
Francesca
Il mondo è pieno di meraviglie: viaggia con me e scopriamole insieme! 🌿✨

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