Dolmen. Architetture Preistoriche in Europa

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olmen, pietre senza nome. Eppure queste tracce di un passato lontano e dimenticato hanno risvegliato da sempre quell’interesse per le nostre radici umane e culturali che è presente in ciascuno di noi.

Il fascino un po’ magico di questi monumenti spiega il legame col mondo fiabesco creato dalla fantasia popolare: la Casa Encantada, la Grotte des Fées, letti dei giganti, tombe dei giganti, case dei folletti, delle fate, degli spiriti. Nomi che da soli tradiscono un tentativo di capire, di interpretare, magari attraverso l’assimilazione ad episodi culturali di momenti storici ben diversi da quelli in cui i monumenti furono creati: cabanes de César, épée de Roland, tavola dei Paladini, la Cabaña de los Moros.

Nell’antico dialetto brettone dolmen significa semplicemente tavola di pietra.

Il significato dei dolmen

La parola dolmen è stata forse la più usata nella letteratura archeologica da chi si occupa dell’architettura megalitica, ma il suo significato è divenuto col tempo sempre più generico.

Il termine è entrato in uso a partire dalla fine del XVIII secolo come descrittivo in generale dei monumenti in pietra sormontati da una grande lastra di copertura.

I dolmen sono le più antiche architetture in pietra d’Europa, monumenti costruiti per durare nel tempo, essi meritano quindi la nostra attenzione e un tentativo di capire e ritrovare significati perduti.

Per i dolmen, come per tutti i monumenti della preistoria, manca naturalmente ogni notizia scritta ed essendosi perduta ogni memoria essi sono stati per così dire riscoperti e a poco a poco ricollocati nella loro realtà storica solo attraverso il paziente lavoro di ricerca di generazioni di archeologi.

 

«… large stones, their dark shadows a remainder of their darker past and our ignorance of their makers and builders … The past was alive … It was something real which everyone could undestand or try to undestand, something which was the beginning of their own cultural past in western Europe» Glyn Daniel, The Hungry Archaeologist in France, London 1963, 25-26

∗grandi pietre, le loro ombre scure un residuo del loro passato più oscuro e la nostra ignoranza dei loro creatori e costruttori … Il passato era vivo … Era qualcosa di reale che tutti potevano capire o cercare di capire, qualcosa che era l’inizio del loro passato culturale nell’Europa occidentale.

 

Nelle varie aree la costruzione dei monumenti megalitici segue in genere di qualche secolo l’introduzione dell’agricoltura. Nella penisola iberica l’agricoltura compare intorno al 5500 a.C., i primi dolmen intorno al 4400, il rame, nell’area meridionale, intorno al 3400. Nella Francia sud-occidentale l’agricoltura appare un po’ prima del 5000 a.C., i primi dolmen intorno al 4600 ed il rame intorno al 2700. In Inghilterra l’agricoltura compare intorno al 4200 a.C., i primi Long Barrows intorno al 3700 e il rame intorno al 2500. In Danimarca l’agricoltura compare intorno al 4200 a.C. e i primi dolmen intorno al 3600.

Daniel Morris, unsplash. Pentre Ifan Burial Chamber Nevern Crymych UK

Tra pianure aperte e cieli vasti. La morte non è fine, ma passaggio inciso nella terra.

Quan You Zhang-Eb Unsplash, Stonehenge

Megalitismo, rituali e cicli cosmici

L’erezione di grandi monumenti costituiva in queste condizioni sia un richiamo alla presenza degli antenati sul territorio, sia un’affermazione e un elemento di prestigio.

L’ipotesi è stata formulata anche prendendo a confronto gli usi di alcune comunità attuali non industrializzate, come quelle del Borneo settentrionale, presso le quali in occasioni di grandi feste in cui si riuniscono più gruppi vicini, vengono eretti monumenti megalitici o grandi “menhir” sono trasportati da molto lontano. Il monumento può essere eretto come memoria, come tomba o per altri scopi, ma è l’attuazione stessa del lavoro in comune l’atto celebrativo più importante. «Spesso la motivazione per la costruzione è più sociale che religiosa, è il desiderio di avere un monumento maestoso che attiri rispetto sulla comunità nel suo complesso e non semplicemente sul defunto. In questo senso, rilevanti monumenti funerari sono spesso fatti in favore dei vivi, piuttosto che dei defunti». (Mirella Cipolloni Sampò, Dolmen. Architetture preistoriche in Europa, Roma 1990, pag.24)

Nelle società di questo tipo le feste e lo scambio dei doni sono alla base delle relazioni sociali, ed avvengono regolarmente secondo ritmi stabiliti. Il lavoro stesso per una realizzazione comune e grandiosa poteva rappresentare un atto celebrativo. In modo simile viene interpretata anche la costruzione dei recinti cerimoniali dell’Inghilterra meridionale del III millennio a.C., che costituiscono anch’essi uno dei monumenti più notevoli di questo periodo in Europa.

Per analogia con il più famoso di tutti, Stonehenge, vengono chiamati dagli archeologi “henge”, anche se il termine “pietre sospese” si riferisce agli architravi di collegamento, i cosiddetti triliti che in realtà sono una peculiarità del solo Stonehenge.

Nel XII secolo si credeva che le pietre di Stonehenge fossero state trasportate dall’Irlanda ed erette dal Mago Merlino. Come per i dolmen e le altre complesse strutture megalitiche sembrava impossibile che i “barbari” neolitici europei avessero creato da soli quelle opere monumentali.

Si è tentato di quantificare il numero delle ore di lavoro richieste per la costruzione dei monumenti neolitici e se ne è dedotto che quelli del neolitico più antico erano imprese che potevano essere effettuate anche da gruppi di piccola taglia con organizzazione egualitaria, mentre i monumenti del neolitico tardo e della fase finale di Stonehenge nell’antica età del bronzo, quando furono eretti i triliti possono aver comportato qualche tipo di pianificazione e controllo centrali.

Il circolo di Callanish nelle Ebridi presenta un interesse speciale perché sembra rispondere alle caratteristiche astronomiche citate da Diodoro Siculo a proposito di un tempio degli Iperborei, il mitico popolo collocato da Erodoto nell’estremo nord delle terre abitate (ibidem, pag.25). Diodoro ricorda un tempio “sferico” nelle isole abitate dagli Iperborei, che era in rapporto ad un evento che ricorre ogni 19 anni ed all’intervallo tra l’equinozio e il sorgere delle Pleiadi. Di solito il passo di Diodoro viene riferito a Stonehenge, ma Callanish presenta tutti gli elementi ricordati da Diodoro, incluso un allineamento valido per il sorgere delle Pleiadi.

Tutto questo perché per l’uomo preistorico i cicli del sole e della luna e le loro correlazioni con i cicli del mondo vegetale, semine e raccolti, dovevano avere una grandissima importanza.

1. ipotesi diffusionista

L’ipotesi diffusionista sui dolmen, dominante nel passato, sostiene che il fenomeno megalitico si sia diffuso da un centro originario (spesso identificato con il Vicino Oriente o l’area egea) attraverso specialisti che si muovevano su grandi distanze o gruppi culturali che portarono le pratiche funerarie e architettoniche in tutta Europa, specialmente lungo le coste atlantiche e mediterranee, con una possibile origine nell’ovest della Francia e successiva espansione marittima nel Neolitico. Questa teoria, promossa da archeologi come V. Gordon Childe, vede i dolmen come tombe collettive che si diffusero via mare.

Le analogie riscontrabili nella tipologia architettonica, nelle tecniche costruttive, nell’orientamento dei monumenti e nelle pratiche funerarie suggeriscono l’esistenza di un orizzonte culturale condiviso, trasmesso tra comunità diverse ma interconnesse. La diffusione non implicherebbe necessariamente migrazioni di massa, bensì il passaggio di modelli simbolici, conoscenze tecniche e concezioni rituali della morte e degli antenati.

In questa chiave interpretativa, le varianti regionali dei dolmen non contraddicono il modello diffusionista, ma rappresentano adattamenti locali di un’idea monumentale comune, rielaborata in funzione del paesaggio, delle risorse litiche disponibili e delle tradizioni sociali dei gruppi che la recepirono.

Dolmen 

2. ipotesi autoctonista

Secondo l’ipotesi autoctonista, i dolmen non sarebbero il risultato di un’unica diffusione culturale proveniente dall’Oriente o dal Mediterraneo orientale, ma espressioni nate autonomamente in diverse aree dell’Europa a partire da comunità neolitiche locali.

In questa prospettiva: le popolazioni sedentarie del Neolitico europeo, già esperte nella lavorazione della pietra e nella gestione del territorio avrebbero sviluppato in modo indipendente architetture megalitiche come risposta a esigenze rituali, funerarie e simboliche comuni.

I dolmen vengono quindi interpretati come: monumenti legati al culto degli antenati; 

segni di radicamento al territorio;

dispositivi simbolici per marcare lo spazio, la memoria e l’identità del gruppo.

L’ipotesi autoctonista si fonda su alcuni elementi chiave:

differenze tipologiche e costruttive tra i dolmen di regioni diverse (Bretonia, Penisola Iberica, area alpina, Mediterraneo);

assenza di prove archeologiche certe di una migrazione megalitica unica e lineare;

continuità tra insediamenti locali e monumenti megalitici, che suggerisce uno sviluppo interno alle comunità.

In questo quadro, le somiglianze tra i dolmen europei non deriverebbero da un’origine comune, ma da una convergenza culturale: società agricole simili, confrontate con gli stessi interrogativi sulla morte, il tempo, il paesaggio e la sacralizzazione della pietra.

È una visione che restituisce ai dolmen una voce profondamente legata ai luoghi, alle montagne, ai pianori e ai margini dei boschi in cui sorgono: non monumenti “arrivati da lontano”, ma nati dalla relazione intima tra uomo, pietra e territorio.

Le implicazioni sulle conoscenze astronomiche e matematiche da parte dei costruttori di monumenti megalitici , sebbene sostenute anche da studiosi di indubbia serietà nei rispettivi campi, lasciano un alone di scetticismo che forse è anche in parte dovuto ad una certa prevenzione etnocentrica del nostro atteggiamento culturale.

Osservazioni astronomiche semplici non sono un retaggio delle sole società complesse, com’è ampiamente dimostrato dai dati dell’etnografia. La possibilità di conoscenze dovute all’osservazione delle fasi lunari, la predizione delle eclissi, l’orientamento di Stonehenge in rapporto al sorgere del sole nel solstizio d’estate, sono dati che se accettati non implicano automaticamente da soli né l’esistenza di una “casta sacerdotale” o di gruppi di specialisti per la costruzione dei monumenti, né tantomeno una struttura sociale stabilmente gerarchizzata. E’ forse questo il tipo di interpretazione che più ha screditato le conoscenze astronomiche e matematiche degli antichi costruttori di megaliti in Europa, conoscenze che forse andrebbero più semplicemente accettate.

E’ quindi in questo contesto culturale e di crescente complessità sociale che l’architettura dolmenica e quella, ad essa strettamente collegata, delle grandi costruzioni cerimoniali vanno considerate.

Al di là delle ipotesi di base diffusioniste o autoctoniste, passando brevemente in rassegna l’aspetto monumentale, l’architettura, risulta evidente che oltre alle specificità in parte imposte dalle materie prime locali, i dolmen europei presentano nelle diverse aree di sviluppo un panorama di tipi notevolmente articolato.

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Ray Donnelly Poulnabrone. Irlanda

I dolmen nella Preistoria europea

Il grande fenomeno dell’architettura megalitica si sviluppò attraverso un lungo arco di tempo. I più antichi monumenti della penisola iberica e della Francia furono costruiti sulla fine del V millennio a.C., i più recenti, come ad esempio quelli dell’Italia meridionale, sono datati in gran parte alla metà circa del II millennio a.C.

I tremila anni che vanno dal 4500 circa al 1500 a.C. sono stati tra i più densi di avvenimenti nella preistoria europea. Una delle tappe fondamentali che hanno trasformato la storia dell’umanità è stato il passaggio da un’economia di caccia e raccolta ad una economia di produzione del cibo attraverso l’agricoltura e l’allevamento.

Questa grande trasformazione, che è stata a lungo chiamata la “rivoluzione neolitica”, coinvolse cambiamenti nei modi di vita, nell’organizzazione sociale e nell’ambiente, che l’uomo iniziò da allora a modificare in modo talora irreversibile.

Molti dolmen erano tombe collettive, usate a volte per un periodo di tempo molto lungo e a volte trasformate architettonicamente o ritualizzate a distanza di tempo.

I dolmen nella Preistoria. Problemi aperti e prospettive di ricerca

I dolmen non sono solo le più antiche costruzioni in pietra, sono vere e proprie architetture realizzate 3000 anni prima dell’introduzione della scrittura in queste aree d’Europa. L’abilità che si riflette in questi monumenti contrasta con la cultura materiale dei loro costruttori, società contadine che non conoscevano l’uso dei metalli. Dell’architettura domestica di questi tempi, realizzata completamente in materiali deperibili, non si è conservato nulla fino a noi, ad eccezione dei piccoli villaggi in pietra delle Orcadi.

L’architettura dolmenica con la sua utilizzazione di elementi simili e la ripetitività di simmetrie giocate su geometrie ricorrenti ha dato a lungo l’impressione di una unità che di fatto non esiste. La diversa cronologia tra monumenti  formalmente affini in Irlanda, Scozia e coste della Bretagna ne è una significativa dimostrazione. (ibidem, p. 166-169)

L’ipotesi di un solo vasto processo di diffusione, per l’interpretazione del fenomeno megalitico in Europa non può oggi essere riproposta.

In realtà i dolmen, o strutture formalmente simili ai dolmen, sono presenti in varie aree del mondo. In alcuni casi è possibile istituire legami anche tra aree disparate, altre volte la cronologia, la funzionalità accertata, la peculiarità formale dei monumenti o l’isolamento geografico e cronologico in cui vengono a trovarsi parlano da soli a favore di fenomeni del tutto indipendenti.

Analizzando come se fosse un’entità a sé stante una classe di monumenti attraverso l’Europa, si è scisso un singolo problema dalla sua globalità, il monumento dalla realtà che lo ha espresso: il gruppo sociale che lo ha costruito e utilizzato. L’analisi cronologica e formale è servita ad impostare una breve panoramica del loro sviluppo nelle varie zone. Si è evidenziato così che alcune aree primarie di costruzione dei megaliti, come la penisola iberica e la Francia nord-occidentale, hanno prodotto quasi contemporaneamente monumenti di tipi diversi, costruiti con tecniche diverse, mentre monumenti  apparentemente simili (come in Irlanda, Scozia, Bretagna) hanno invece una diversa cronologia.

Non possiamo prendere in esame il fenomeno dell’architettura dolmenica in modo unitario, come se si trattasse di un qualcosa di ripetitivo, perché le situazioni in cui si manifesta sono diversificate e così pure i diversi gruppi umani, il livello di complessità sociale, ecc.

L’utilizzazione dei monumenti, quando è risultata evidente, è funeraria, ma non è affatto chiaro che sia costantemente e ovunque tale.

La possibilità che monumenti che sono stati in uso in varie parti d’Europa, in vari momenti storici abbiano avuto una diversa funzione sembra un’ipotesi molto probabile.

Il problema centrale resta quale significato nell’ambito di una determinata comunità il monumento potesse assumere.

L’archeologia preistorica non si limita allo studio dei manufatti, ma cerca di utilizzare una gamma di dati più ampia possibile per ricavare dalla documentazione archeologica le potenzialità informative sui contesti ambientali, le attività economiche, l’organizzazione sociale delle comunità del passato, nel tentativo di ricostruire un processo, di ricollegare fra loro gli elementi di un insieme, le tessere di un mosaico.

Il problema se i dolmen siano sempre sepolture collettive o non lo siano è senz’altro un punto fondamentale, ma è in ogni caso l’aspetto rituale, ripetitivo, cerimoniale ed esclusivo nell’ambito del contesto sociale, quello che offre maggiori possibilità di approfondimento per un’indagine sul loro reale significato.

La costruzione di monumenti che richiedono il concorso e il lavoro di molte decine di persone; in un modo in cui l’uso del metallo era ancora sconosciuto.

Queste strutture architettoniche servivano a magnificare la grandezza di un capo, la cui statura religiosa e politica doveva stagliarsi ben al di sopra degli altri membri della comunità?

Non vi è traccia di un’organizzazione statale o prestatale e molto spesso neppure di una struttura gerarchica nell’ambito delle comunità costruttrici dei primi dolmen.

In quanto tombe si è pensato che il culto degli antenati servisse a rinforzare il legame con il territorio, in momenti in cui piccoli gruppi agricoli venivano a trovarsi in competizione per le risorse critiche.

L’analisi ambientale di situazioni come quelle della Scandinavia meridionale e della Germania nord-orientale ha mostrato come i megaliti siano presenti in aree a buon potenziale agricolo, ma anche ricche di corsi d’acqua e che potevano fornire con caccia, pesca, raccolta e allevamento, di che vivere abbondantemente ad una piccola comunità anche senza un apporto fondamentale dell’agricoltura.

In altre aree, come alcune zone della penisola iberica, la Corsica e forse la Sardegna, i dolmen sarebbero in collegamento stretto con vie di passo, con zone eminentemente pastorali. Nel Caucaso, ad esempio, è evidente la loro connessione con l’area mineraria. In molte circostanze la connessione con risorse specifiche e limitate risulta evidente.

Non è possibile accostare in un unico tentativo di spiegazione monumenti anche formalmente molto diversi tra loro e le peculiarità architettoniche che si riscontrano nei vari areali, dal Portogallo alla Svezia, devono essere tenute ben presenti al pari della diversa cronologia delle strutture.

Un complesso monumentale come quello di Aosta ci esprime chiaramente tutta la complessità rituale che si accompagna alla costruzione dei dolmen. Le vicende di monumenti riutilizzati e ristrutturati come Bryn Celli Ddu, la complessità di New Grange, le ricorrenze astronomiche di monumenti come Callanish e Stonehenge, ci dicono molte cose sul contesto in cui si sono realizzate.

Osservazioni legate ai cicli di riproduzione della natura, alle semine, ai raccolti dovevano essere di fondamentale importanza per popolazioni profondamente legate alla terra, sui quali dipendeva la loro stessa esistenza per sopravvivere.

Non dovrebbe sorprenderci che i contadini del Wiltshire di 5000 anni fa conoscessero i cicli metonici della luna, che per noi sono stati scoperti dall’astronomo greco Metone nel V secolo a.C. Metone conosceva la scrittura e la sua scoperta si è tramandata attraverso le fonti scritte, gli uomini di Stonehenge, di Ring of Brodgar, di Stones of Stenness, di Callanish hanno affidato ai monumenti la loro conoscenza.

Protagonisti di una realtà che fa parte del passato ma che ha prodotto il presente, i costruttori dei dolmen hanno eretto le più antiche architetture in pietra d’Europa.

La lettura di un record così frammentario quale è quello che l’archeologia preistorica ci trasmette su di loro e la decodifica del suo significato costituiscono ancora, malgrado i passi compiuti, un capitolo aperto della ricerca paletnologica.

SARDEGNA

Si conoscono in Sardegna un centinaio di dolmen, distribuiti un po’ in tutta l’isola, ma accentrati prevalentemente nell’altopiano centro-settentrionale.

Tutti questi monumenti rientrano prevalentemente in tre tipi: ciste dolmeniche entro circoli, affini a quelli della Corsica, dolmen veri e propri e “tombe dei giganti”, che sono le strutture più grandi ed elaborate.

Le ciste dolmeniche sono frequenti nella Gallura, Sardegna nord-orientale, e sono normalmente accostate in piccoli gruppi.

Quelle di Li Muri di Arzachena erano cinque, entro circoli di pietre con stele, che variano da un diametro di 5 ad uno di 8 metri. Le ciste di Arzachena sono datate al IV millennio a.C.

Quasi tutti i dolmen sono stati depredati già anticamente. Solo da quelli di Motorra di Dorgali e di Laconi provengono materiali utili per un inquadramento cronologico.

I dolmen sono soprattutto presenti nella parte centro-settentrionale dell’isola, mentre sono rarissimi a sud.

Le tombe dei giganti, alcune centinaia, sono invece diffuse in tutta l’isola.

Le tombe dei giganti presentano in genere più fasi costruttive ed erano utilizzate per un lungo periodo. Si conoscono in tutta l’isola 300 tombe dei giganti che non sono ovviamente tutte contemporanee. Si ritiene che in alcuni casi, come ad esempio Li Lolghi e Coddu Vecchiu, un monumento originariamente del tipo “allée couverte”, sia stato successivamente ristrutturato in tomba dei giganti con l’aggiunta della tipica esedra frontale con la stele al centro.

Per quanto riguarda la funzione dei monumenti megalitici, mentre per le tombe dei giganti sembra abbastanza chiaro l’uso come tombe collettive, anche se l’aspetto rituale doveva essere di grande peso, per i dolmen si è supposto che in taluni casi potessero essere usati come tombe, ma che in molti altri fossero strutture cultuali.

Francesca Pontani tramite ChatGPT

ITALIA CENTRALE

Nell’Italia centrale a Pian Sultano, nell’entroterra di Santa Severa, è localizzato un piccolo gruppo di strutture dolmeniche entro tumuli circolari. Queste strutture furono riutilizzate dagli Etruschi durante il VII secolo a.C., ma gli elementi raccolti permettono di datarne la costruzione ad un momento più molto più antico, verso la metà del II millennio a.C.

L’uso della struttura dolmenica con circolo di pietre, sormontata o meno da un tumulo, appare caratteristico dell’area mediterranea con una diffusione che comprende Spagna e Francia meridionali, Baleari, Sardegna, Corsica, Pian Sultano (Santa Severa) e la Puglia.

Uno solo dei dolmen di Pian Sultano ha la camera interamente costruita a lastroni, gli altri sono realizzati con una tecnica mista, impiegando sia grandi lastre che muratura a secco. La copertura era effettuata con una o più lastre.

Questa testimonianza di architettura dolmenica al centro della penisola, resta per un periodo così antico abbastanza isolata.

Le affinità maggiori in complessi vicini sono con le ciste litiche entro circoli di pietre della Corsica e della Sardegna.

PUGLIA

La Puglia è l’unica regione dell’Italia peninsulare in cui i dolmen siano diffusi e numerosi.

Appaiono localizzati soprattutto in tre zone: la fascia costiera del barese, un’area a nord di Taranto e la penisola salentina.

La tipologia dei monumenti è varia: dai dolmen a galleria dell’entroterra di Bari e Taranto, realizzati con grandi lastre e talora con suddivisioni interne della camera, si passa alle piccole strutture rettangolari del Salento, per le quali sono stati utilizzati sia blocchi che lastre.

A questi due gruppi principali si possono aggiungere le cosiddette “piccole specchie”, tumuli di terra e pietre con all’interno una o anche due strutture dolmeniche. Il toponimo specchie è indipendentemente usato in Puglia per tutti i cumuli di pietrame dalle più svariate origini.

Le antiche specchie monumentali appartengono però a due tipi ben distinti: le piccole specchie, il cui tumulo ha abitualmente un diametro variabile tra i 15 e i 30 metri e un’altezza che non supera i 3 o 4 metri, e le grandi specchie, i cui tumuli raggiungono anche un’altezza di 10-15 metri, ma che sembra non contenessero monumenti dolmenici. Mentre le piccole specchie si rinvengono un po’ ovunque le grandi sono solo localizzate nel Salento, collocate in pianura o su piccole alture.

Sia la destinazione che la cronologia di questi due tipi sembra essere diversa, ma pochi monumenti sono stati oggetto di scavi sistematici.

Le piccole specchie si sono rivelate dei monumenti a camera dolmenica posta generalmente al centro di un tumulo a pianta circolare. Un corridoio lungo e stretto delimitato da muratura a secco collegava la cella all’esterno del tumulo. La cronologia di questi monumenti non è chiara, anche perché moti furono riutilizzati probabilmente a distanza di tempo. La datazione attualmente proposta rientra nell’ambito della prima metà del II millennio a.C.

I grandi dolmen della Puglia hanno tutti una collocazione costiera sulla quale si è insistito molto in passato come elemento dimostrativo della diffusione via mare della cosiddetta “cultura megalitica”.

Isolato sul Gargano il dolmen di Torre Molinello, vicino a Vieste, era collocato sulla sommità di un promontorio.

Tutti i grandi dolmen del barese sono del tipo a corridoio, talora con partizioni interne come ad Albarosa, Corato e Giovinazzo.

Il più complesso e grandioso è il dolmen di Giovinazzo, protetto da un tumulo circolare di 30 metri di diametro, marginato da una crepidine di blocchi e lastre di calcare alte più di un metro. Al di sotto del tumulo un’altra costruzione a pianta ellittica, in muratura a secco, inglobava il dolmen vero e proprio. Il dolmen di Giovinazzo ha dimensioni maggiori e una pianta molto più articolata degli altri dolmen pugliesi. E’ costituito da un ambiente a pianta circolare e da una lunghissima galleria con partizioni interne, realizzata con lastre di enormi dimensioni. Anche questo dolmen è stato attribuito alla prima metà del II millennio a.C.

Del tutto diversi, per pianta e dimensioni, i dolmen della penisola salentina. Sono tutti piuttosto piccoli e la pianta, spesso poligonale, non è mai molto regolare. La grande lastra di copertura è solitamente sostenuta da vari blocchi e presenta a volte delle incisioni, cuppelle o fori come nei dolmen dell’isola di Malta che sono quelli più simili a queste strutture.

Non si sa se questi dolmen del Salento avessero in origine un tumulo di copertura né quale fosse la loro destinazione. Non essendo stati trovati materiali associati la loro collocazione cronologica è del tutto ipotetica, basata soprattutto sul confronto formale con i dolmen maltesi.

L’attribuzione globale attualmente proponibile per i dolmen della Puglia rientra comunque nell’età del Bronzo, nella prima metà del II millennio a.C.

Questa collocazione cronologica è piuttosto tarda e rimane abbastanza isolata nell’ambito del Mediterraneo.

Sorge il dubbio legittimo, che solo ricerche future potranno forse chiarire, che la fase di costruzione di alcuni monumenti possa essere più antica. I materiali datanti rinvenuti finora potrebbero appartenere a riutilizzazioni più tarde. Il solo dolmen di Albarosa ha fornito elementi leggermente più antichi degli altri che permetterebbero di inquadrarlo tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C.

Francesca Pontani tramite ChatGPT

Camminare tra i segni del tempo

Seguire le tracce dei monumenti megalitici significa imparare a leggere il paesaggio come un testo antico, scritto con la pietra, il cielo e il tempo.

I dolmen, i cerchi di pietra e i grandi complessi cerimoniali non sono solo resti del passato, ma segni ancora capaci di orientare lo sguardo e il pensiero.

👉 Se vuoi vedere questi luoghi

attraverso uno sguardo diretto e vissuto,

visita la pagina dedicata

ai dolmen che ho

fotografato e incontrato di persona:

un archivio visivo in continuo divenire,

nato dal mio cammino sul campo e dall’esperienza diretta dei luoghi.

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Ankit Sood, Stonehenge

SITOGRAFIA per approfondire

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