Benevento, città di soglia e di vento, ha conosciuto culti, magie e dominazioni. E tra le sue strade, un tempo attraversate da mercanti lungo la via Appia, si nasconde un mistero antico: un tempio dedicato a Iside, la grande dea d’Egitto.
Un santuario maestoso, ricco di statue, obelischi, sfingi e sacerdoti scolpiti nella pietra.
Un Iseo che racconta di viaggi nel Mediterraneo, di teologia orientale e di imperatori desiderosi di divinizzazione.
Eppure… il tempio non è stato mai ritrovato.
Il luogo esatto dove Iside veniva onorata a Benevento rimane sfuggente, come chi custodisce segreti più grandi della storia.
L’eco d’Egitto nel cuore del Sannio: l’Iseo perduto e le streghe di Benevento
In età imperiale la città campana ospitò uno dei più importanti santuari dedicati al culto misterico di Iside. Ma perché la collocazione del tempio, magnificamente testimoniato dai reperti riuniti nel museo locale, non è mai stata individuata? E in che modo la venerazione per la dea dell’antico Egitto può collegarsi alla celebre leggenda delle streghe di Benevento?
Io sono colei che è, che è sempre stata e sempre sarà, e nessun mortale ha mai alzato il mio velo [Iside], Plutarco
Iside è figura particolarmente venerata e amata nel mondo romano. Dea poliedrica e sfaccettata, la sposa di Osiride si fa spazio nel bacino del Mediterraneo fin dal II secolo a.C., ma è soprattutto in seguito alla conquista romana dell’Egitto (30 a.C.) da parte del futuro Augusto che sale al rango di grande divinità. Da allora il susseguirsi della costruzione di edifici di culto a lei dedicati, i cosiddetti “Isei”, fece di questi templi uno degli aspetti più caratteristici del paesaggio urbano del mondo romano, sia nella capitale che in provincia. A Roma un posto di primo piano spetta sicuramente all’Iseo Campense, situato nel Campo Marzio.
Una dea di famiglia
Tutta la dinastia dei Flavi era stata particolarmente “devota” ad Iside, tanto da farne una sorta di divinità dinastica, protettrice delle fortune e delle sorti della famiglia imperiale, al fianco di altre ben radicate divinità orientali, in particolar modo Cibele. Si racconta che Vespasiano di ritorno dal vittorioso assedio di Gerusalemme, prima di celebrare trionfalmente il suo ingresso a Roma, per essere incoronato imperatore, avesse trascorso la notte proprio nell’Iseo Campense, al fine di ringraziare la dea egizia dell’aiuto da lei ricevuto nella scalata ai vertici dell’impero.
Domiziano tuttavia volle fare un passo ulteriore, conferendo a Iside un valore decisamente maggiore di quello, peraltro già prestigioso, di divinità dinastica e ponendola in una posizione di assoluto rilievo culturale e ideologico rispetto alle altre figure del pantheon romano e orientale.
Nell’ambito della sua politica imperiale assolutista, tendente a fare dell’imperatore un dominus et deus sul modello dei grandi sovrani di tradizione orientale, primi fra tutti i faraoni, Domiziano aveva intuito le altissime potenzialità di una figura le cui prerogative mitico-simboliche si sposavano perfettamente con le pretese dell’imperatore.
Riprendendo aspetti culturali e tendenze teologiche della Iside di epoca tolemaica, quali soprattutto il concetto di filiazione divina del futuro re (Horus) dalla dea madre (Iside), Domiziano associa la dea egizia alla propria figura in maniera insistente e insistita, traslando sul piano politico le connotazioni mitologiche del loro legame personale.
L’imperatore però non scelse solo Roma come centro di celebrazione di questo ambizioso progetto politico, ma privilegiò anche un’altra città, dalle origini antiche e posta al centro di una delle principali vie di comunicazione fra l’Urbe e l’Oriente: Benevento.
Una città scelta da Roma e dall’Oriente
Iside arriva in Italia nel II secolo a.C., si diffonde, affascina, conquista.
Con la conquista romana dell’Egitto nel 30 a.C. la sua fama esplode: templi, riti misterici, statue avvolte nel silenzio sacro delle processioni.
I Flavi – Vespasiano, Tito, Domiziano – la scelsero come dea protettrice.
Domiziano, in particolare, vide in lei la madre divina di un sovrano destinato al potere: come Iside con Horus, così la dea eternava il suo dominio.
E Benevento, porta d’Oriente sul suolo italico, divenne la città ideale per celebrare questa alleanza sacra.
Qui prese forma uno dei più ricchi Isei mai costruiti fuori Roma.
Un programma iconografico colossale, che imitava i templi della valle del Nilo: sfingi in processione, simboli sacri, rilievi “alla maniera egizia”.
Statue, sfingi, obelischi: un Egitto nel Sannio
Tra le testimonianze emerse qui a Benevento spiccano reperti che raccontano un culto complesso e monumentale:
- Cista mistica in porfido rosso: luna e serpenti, mistero e fertilità, simboli del rito isiaco.
- Sacerdote con canopo in diorite: officianti che incarnavano la continuità tra terra e oltretomba.
- Obelisco di Domiziano: iscrizioni faraoniche adattate all’imperatore romano; un fratello gemello si erge ancora in città.
- Testa di Iside in diorite: perfetta, ieratica, madre e maga, protettrice di naviganti e anime.
Un Egitto ricreato lontano dall’Egitto.
Dall’Oriente al Sannio
La posizione dominante sulla via Appia e il suo essere naturale porta d’accesso verso Roma venendo dal Mediterraneo orientale, ponevano la città di Benevento in una posizione privilegiata. Benevento diveniva una tappa centrale di un lungo itinerario di assimilazione simbolica e concettuale dell’imperatore con il dio Horus, legittimo erede al trono generato da Iside; un itinerario che seguiva un preciso percorso geografico, oltre che simbolico, e che, partendo da Oriente, e attraverso tappe intermedie, veniva infine sublimato a Roma.
Qui nella città sannita l’imperatore Domiziano fece quindi edificare quello che ad oggi resta l’Iseo più significativo in termini di documentazione archeologica rinvenuta.
Il programma decorativo doveva essere molto vasto e comprendeva importanti e monumentali testimonianze artistiche, quali statue dell’imperatore in vesti faraoniche, sculture teriomorfe delle maggiori divinità connesse al culto di Iside (Horus, Thot e Apis), statue di oranti e sacerdoti, sculture e rilievi della stessa Iside e dei suoi sacerdoti, simulacri di culto del rituale isiaco quali la «cista mistica», probabilmente raffigurata anche in un affresco proveniente da Ercolano.
Il culto di Iside nel mondo romano
Nel II secolo a.C. il culto isiaco si sviluppa nel bacino del Mediterraneo lungo le tratte commerciali provenienti dall’Oriente e, in Italia, Pozzuoli e Pompei sono le prime città ad accoglierlo, in quanto propiziatore dei viaggi marittimi.
A Roma, dopo un periodo di intolleranza, il culto di Iside viene ufficialmente riconosciuto dall’imperatore Caligola, che dedica alla dea un fastoso tempio, l’Iseo Campense (38 d.C.). Con Vespasiano il culto assume grande importanza e il suo successore, Domiziano (81-96 d.C.), si serve dei culti egizi per legittimare la divinità dell’imperatore.
Per questo motivo nel santuario che fa edificare a Benevento si presenta in veste di faraone. Con il cristianesimo si ha la progressiva scomparsa del culto di Iside … oppure no …
Alla maniera egizia
Il tutto venne realizzato assemblando pezzi di ispirazione e gusto egittizzante, ma sicuramente lavorati a Roma o da botteghe romane in Egitto, con altri di più generico ambito ellenistico e altri ancora di sicura fattura antico-egizia, sia di epoca tolemaica che pienamente faraonica.
Anche la tecnica esecutiva mostra una ricerca (quasi filologica) della “maniera” egizia, adottando e alternando il rilievo nell’incavo con il bassorilievo e l’altorilievo, come era consuetudine fin dalle prime decorazioni funerarie del III millennio a.C.
Ma ciò che più stupisce è la chiara volontà dell’imperatore, per il tramite del dedicatario locale, Marco Rutilio Lupo, di mostrarsi conforme alla piena e autentica tradizione faraonica persino nelle iscrizioni e nei titoli regali.
Almeno due obelischi gemelli facevano parte della decorazione del tempio, o meglio del suo ingresso monumentale, secondo un modello consolidato nei santuari egizi almeno a partire dal II millennio a.C., ed entrambi presentano iscrizioni e formule d’offerta che, se staccate dal nome dei protagonisti, potrebbero appartenere ad epoche molto più antiche.
Questo vasto programma decorativo doveva essere inserito in una scenografica cornice architettonica, come si può intuire dal gran numero di sfingi rinvenute, che dovevano probabilmente ornare una lunga via processionale d’accesso al tempio.
Sulla base di quanto detto stupisce constatare come l’esatta collocazione di questo straordinario santuario isiaco sia ancora largamente dibattuta.
Era il 1903 quando l’allora direttore del Museo del Sannio, Almerico Meomartini, incappò, per puro caso, in alcune delle stupende suppellettili di cui sopra durante dei lavori di ristrutturazione della caserma dei Carabinieri, edificata sui resti di un vecchio convento agostiniano. I materiali erano stati riutilizzati come riempimento delle mura urbane nell’area della cattedrale di S.Sofia, grandiosa testimonianza del suo passato longobardo.
Su queste basi Meomartini ipotizzò quindi che il tempio potesse essere situato proprio nell’area del ritrovamento delle suppellettili, una zona fra l’altro, non lontana dall’arco di Traiano, una delle principali porte di ingresso della città, dove Iside, in qualità di “protettrice dei viaggiatori”, poteva essere probabilmente venerata.
Il tempio scomparso
Fu Almerico Meomartini, nel 1903, a rinvenire molti manufatti presso l’ex convento di Sant’Agostino.
Da lì l’ipotesi: l’Iseo sorgesse vicino all’Arco di Traiano, porta d’ingresso alla città, dove Iside — protettrice dei viaggiatori — osservava chi arrivava da Oriente.
Ma un’altra teoria parla di piazza Cardinal Pacca, dove ora è la chiesa di San Stefano, seguendo il fenomeno della sovrapposizione cristiana sui culti isiaci.
Alcuni studiosi hanno infatti ipotizzato che il santuario potesse essere situato laddove ora sorge la chiesa di S.Stefano, in piazza Cardinal Pacca, vicino all’attuale Duomo, secondo un fenomeno di assimilazione religiosa molto noto in ambito cristiano, che tendeva ad edificare luoghi di culto destinati al proto-martire su precedenti luoghi di culto isiaco (si vedano i casi di Roma e Verona). In questo modo infatti il tempio si sarebbe trovato nelle immediate vicinanze del foro romano, laddove la via Appia incrociava la via Latina, e dunque in un punto nevralgico della vita cittadina, che ne avrebbe ancora più valorizzata l’importanza artistica e religiosa.
Ancora oggi il dibattito è aperto.
Di certo, molte statue furono decapitate (forse per neutralizzarne il potere) in un atto d’iconoclastia che ricorda i giorni in cui il paganesimo veniva cancellato a colpi di martello e croce.
Oltre alle problematiche topografiche relative all’ubicazione del tempio, particolare attenzione merita anche lo stato di conservazione di alcuni di questi materiali e in particolare delle statue: quasi tutte infatti erano state decapitate, con il probabile intento di inficiarne l’autonomia vitale e il valore culturale, una pratica attestata nella prima epoca cristiana.
Solo le sculture raffiguranti gli imperatori, e qualche altro oggetto minore, non erano stati distrutti ma semplicemente sepolti, come se la furia iconoclasta fosse stata riservata ad alcune suppellettili in particolare.
ISIDE REGINA
«Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, la totalità dei poteri divini, la regina degli spiriti, la prima dei celesti; l’immagine unica di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo col cenno del capo le vette luminose della volta celeste, i salutiferi venti del mare, i desolati silenzi degli inferi. Indivisibile è la mia essenza, ma nel mondo io sono venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi. (…) Ma le due stirpi degli Etiopi, gli uni illuminati dai raggi nascenti del dio Sole all’alba, gli altri da quelli morenti al tramonto, e gli Egiziani valenti per l’antico sapere, mi onorano con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano col mio vero nome: Iside Regina» Apuleio, Metamorfosi, Libro XI
Il cerimoniale isiaco
Il rituale isiaco inizia all’alba, con l’apertura solenne del tempio, tra suoni di sistri e tibie, e impone lunghe cerimonie ogni giorno. Le feste principali sono il Navigium, celebrato il 5 marzo, che rievoca il viaggio di Iside in cerca del marito, e l’Inventio, celebrato tra fine ottobre e i primi di novembre, che rievoca il ritrovamento del corpo di Osiride, al quale Iside ridona la vita.
Alle feste celebrative i fedeli devono prepararsi con astinenza dalle pratiche sessuali e da alcuni alimenti, come carne e vino.
La mancata astinenza va purificata con il sacrificio di un animale, officiato dal sacerdote.
Il rituale isiaco del Navigium
In processione fino al mare, il sommo sacerdote regge una lanterna d’oro a forma di nave. Al corteo partecipano uomini e donne vestiti di candido lino, le donne con i capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio completamente rasato. Seguono altri sacerdoti con numerosi simboli del culto isiaco: le immagini degli dei Anubi e della vacca sacra, una cesta che custodisce i misteriosi corredi rituali e una piccola urna d’oro al cui manico si avvolge un serpente. La processione si ferma sulla spiaggia dove il sommo sacerdote purifica la nave in miniatura con zolfo e uovo e la mette in acqua consacrandola alla dea, un voto augurale di una felice navigazione per i traffici commerciali. Giunto al tempio, il corteo posiziona le statue nel sacrario. Il rito si conclude venerando la statua della dea.
*Da Apuleio, Metamorfosi, XI
INNO A ISIDE
«Dea dalle molte facoltà, onore del sesso femminile. Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee, nemica dell’odio. Tu regni nel Sublime e nell’Infinito. Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali. Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello (Osiri), che hai ben governato la barca, e gli hai dato una sepoltura degna di lui. Tu vuoi che le donne si uniscano agli uomini. Sei tu la Signora della Terra Tu hai reso il potere delle donne uguale a quello degli uomini.» Papiro di Ossirinco n.1380, II secolo a.C.
Il racconto del santo
Questo episodio ci riporta alle vicende narrate nella anonima e romanzata Vita Barbati del IX-X secolo. In quest’opera si narra del duca dei Longobardi Romualdo, il quale, per vincere l’assedio alla città posto dai Greci (Bizantini), avrebbe chiesto l’aiuto divino per intercessione del locale vescovo Barbato. Costui, in cambio della vittoria, avrebbe preteso però una pronta e rapida conversione al cristianesimo da parte del duca e del popolo tutto, con la consegna dei sacri simulacri e con il repentino abbandono delle diaboliche magie ed eresie pagane che essi erano soliti praticare. E che questi culti potessero essere proprio quelli connessi con la dea egizia lo farebbero pensare vari elementi, fra cui, per esempio, il ritrovamento di oggetti del culto isiaco persino in zone limitrofe e marginali della città, come l’area paludosa (detta «ripa delle janare») del fiume Sabato, da cui proviene un grande toro Api in granito rosa.
ISIDE, i LONGOBARDI e le STREGHE DI BENEVENTO
Tra il VI e il VII secolo i Longobardi arrivano e Benevento si trasforma. Il vescovo Barbato — racconta una leggenda medievale — chiese di distruggere i simboli pagani per ottenere l’aiuto divino contro i Bizantini. Si racconta di culti oscuri, di riti antichi lungo il fiume Sabato, di statue isiache sepolte e spezzate. Da questo humus, tra religione nordica e superstizioni agrarie del territorio, nasce la leggenda delle janare: donne di notte, volatrici, curatrici e malefiche. Albero sacro, luna, magia, passaggi tra mondi. Jana, Diana, Iside - tre nomi, un archetipo femminile che resiste attraverso i secoli. Le streghe di Benevento forse non hanno volato per maledire - forse custodivano un ricordo antico: quello della Grande Maga, Regina del Cielo, Signora dei misteri.
Dove finisce la storia, dove inizia il mito
A Benevento, le pietre parlano piano.
Il vento attraversa vicoli e archi romani, sfiora la memoria di un tempio che nessuno ha più visto e di riti che sopravvivono nelle ombre della notte.
Qui, tra archeologia e leggenda,
Iside non è scomparsa:
vive nel mistero,
nella terra che custodisce segreti,
nei racconti che non vogliono spegnersi.
✨ Forse non è importante trovare il tempio.
Forse il tempio è già qui — nel silenzio che ancora lo ricorda.
Eredi di Iside?
Interessante ricordare come gli antichi culti germanici dei Longobardi ben si adattassero al contesto magico, e per certi versi, esoterico del culto isiaco, e come proprio dalla venuta dei Longobardi in poi, Benevento venisse stabilmente associata alla magia nera e alle figure delle streghe, probabili eredi della figura di Iside.
In tal senso dunque non sarebbe azzardata neppure l’ipotesi di ricondurre le devastazioni iconoclaste di cui si è detto all’epoca precedente l’arrivo dei Longobardi, e particolarmente al periodo immediatamente successivo agli editti teodosiani del 391-2 d.C., quando molti altri templi pagani furono sistematicamente devastati e profanati in molte parti dell’impero: basti ricordare, fra tutti, il caso del Serapeo di Alessandria come è ci nematicamente rappresentato nel film su Ipazia.
La dea egizia e le janare di Benevento
La tradizione delle streghe di Benevento affonda le sue radici nel Medioevo. Nella Vita Barbati (un testo anonimo del IX-X secolo) si narra infatti di riti pagani, officiati al tempo dei Longobardi, in cui gli astanti dovevano strappare pezzi di una pelle di animale attaccata ad un albero, la cui specie non è citata. Solo in seguito con un chiaro intento demonizzante, l’albero fu identificato con il noce. Tali riti longobardi, di cui nulla altro sappiamo, trovarono verosimilmente terreno fertile nel substrato agricolo autoctono: sia in epoca romana che preromana, infatti rituali notturni di cui abbiamo pochi dati venivano praticati nei boschi in onore delle dee Diana ed Ecate, entrambe associate alla Luna e alle Selve, ed entrambe con connotati tanto positivi e apotropaici, quanto negativi e malefici.
Figura del tutto simile alla Diana classica, ma probabilmente preromana, è la dea Jana, divinità che, nella sua forma di «Jana Luna» era associata alla luce lunare e considerata protettrice delle acque, dei boschi e delle belve notturne. Jana inoltre, come controparte femminile di Janus (Giano), divinità bifronte legata alle porte, rimanda al concetto di passaggio, reale o simbolico che sia, fra dimensioni spazio-temporali diverse (la duplicità della dea è richiamata, concettualmente, anche dalle diverse facce della luna), e una delle caratteristiche principali delle streghe è proprio quello di avere la capacità di comunicazione tanto con il mondo terreno e reale quanto con quello ultraterreno e infero.
Da questi rituali, dunque, e da un sincretismo tra la Diana classica e la Jana preromana, potrebbe essere derivata la figura della janara (seguace di Diana/Jana > dianara/janara) una figura ibrida, molto simile alla strega, ma caratterizzata dalla duplicità dei suoi comportamenti, a volte positivi e dispensatori di doni, altre volte distruttivi, malvagi e persecutori.
Il culto di Iside, con il suo portato magico-rituale, andò probabilmente a rafforzare questa tradizione autoctona sebbene non si debba dimenticare che esso, per sua stessa natura, era di carattere misterico e, dunque, non aperto a fasce larghe della popolazione, come erano invece sia i culti romani e preromani che quelli longobardi.
Secondo alcuni studiosi inoltre, elementi simbolici, cultuali e iconografici della dea egizia si troverebbero più nel culto mariano che non in quello demoniaco delle streghe. Che la tradizione delle streghe derivi direttamente da Iside o piuttosto da un portato religioso locale, e di matrice popolare, ulteriormente rafforzato dalle usanze religiose longobarde resta, dunque, ancora non del tutto chiaro, così come molto discusse restano le modalità e le ragioni della costante associazione delle streghe, e dei loro rituali demoniaci (sabba), proprio con la città sannita.
*Fonte: Archeo, numero di Aprile 2012, Massimiliano Nuzzolo, “Misteri a Benevento”.
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Il viaggio continua. Nel prossimo post l’itinerario archeologico e dell’antico Egitto a Benevento…



Francesca
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