ArchivioACQUA FREDDA e il Passo del Redebus: viaggio nel cuore della metallurgia preistorica
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ACQUA FREDDA e il Passo del Redebus: viaggio nel cuore della metallurgia preistorica

🌲La storia di Acqua Fredda

Tra boschi silenziosi e cieli d’alta quota, Acqua Fredda custodisce le tracce di un’antica fucina, dove il metallo e il fuoco dialogavano con la natura.

Un luogo selvatico e potente, in cui archeologia e paesaggio si fondono in un respiro primordiale.

Acqua Fredda prende il nome da una sorgente poco distante dal Passo del Redebus, che collega l’altopiano di Piné con la valle dei Mocheni, famosa per le sue risorse minerarie.

Ci troviamo in Trentino.

Il sito archeologico è datato tra il XIII e l’XI secolo a.C. (Bronzo recente-finale) e fu scoperto casualmente nel 1979 durante i lavori di ampliamento della strada per il passo: da allora si è rivelato un luogo chiave per comprendere la metallurgia preistorica delle Alpi.  

Il sito, situato a circa 1.450 metri di altitudine, ospita una delle più importanti fonderie preistoriche della tarda Età del Bronzo (XIII-XI sec. a.C.) dell’Arco Alpino, con 9 forni fusori e strumenti per la lavorazione del rame.

Il sito è gratuito, aperto tutto l’anno e arricchito da pannelli esplicativi che illustrano la vita e le attività delle popolazioni antiche, oltre a trovarsi nella riserva naturale del Redebus. 

🔥 Miniere e metallurgia nell’antichità

Già praticata almeno dal VI millennio a.C. nel Vicino Oriente, la tecnologia per lo sfruttamento dei minerali di rame giunse poco dopo nell’Europa balcanica, da dove si diffuse verso la fine del V-inizio IV millennio a.C fino ai ricchi giacimenti austriaci. Non ancora, però, sul versante sud delle Alpi.

In Trentino i primi manufatti finiti in rame (punteruoli e oggetti di ornamento) sono datati alla prima metà del IV millennio a.C. (Tardo Neolitico-Eneolitico), probabilmente importati proprio dall’area nord alpina.

Le prime tracce di sfruttamento della locale calcopirite, minerale contenente fino al 35% di rame, si datano al III millennio a.C.; si tratta di resti di piccoli forni, ugelli, e soprattutto scorie di lavorazione, rinvenuti in una decina di località della valle dell’Adige (tra Trento e Rovereto) e all’imbocco della Valsugana. Non vi è traccia invece delle miniere, forse cancellate dall’attività di epoche successive, tuttavia le analisi effettuate sulle scorie indicherebbero una provenienza del minerale dai giacimenti di Calceranica, Vetriolo/Levico, Val di Sella (Borgo Valsugana) e Valle del Fersina.

Il vento fresco di montagna porta con sé l’eco di un lavoro antico. A oltre 1400 metri di quota, tra l’Altopiano di Piné e la Valle dei Mocheni, la montagna custodisce i segni di uomini che, tremila anni fa, sapevano trasformare la roccia in metallo e il fuoco in vita.

La fase di maggiore attività di lavorazione della calcopirite è databile tra il XIII e l’XI secolo a.C. (età del Bronzo recente e inizio Bronzo finale). I siti che hanno restituito tracce di lavorazione (scorie) sono oltre un centinaio e si trovano nel Trentino orientale: Altopiano di Pinè, valle dei Mocheni, altopiani di Lavarone, Luserna e Folgaria, fino al Tesino e al Primiaro.

Solo in pochissimi casi sono stati individuati anche resti di forni.

Il rinvenimento di un’intera batteria di tali strutture fa dunque di Acqua Fredda di Redebus uno dei più importanti siti dell’area alpina.

Passo dopo passo al Redebus, Acqua Fredda insegna che il viaggio non è solo andare avanti, ma ascoltare le orme lasciate dal tempo.

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🔥 I forni e gli strumenti

Negli scavi di Acqua Fredda sono stati rinvenuti 9 forni quadrangolari, ciascuno di circa mezzo metro per lato.
Accanto ad essi:

  • ugelli in ceramica, cioè parte dei mantici che alimentavano il fuoco.
  • resti lignei di pali e travi, forse strutture di copertura.
  • macine in pietra, usate per frantumare minerali e scorie ancora ricche di metallo.
🗑️ La discarica

A valle del sito, presso la sorgente che dava origine a una piccola palude, è stata individuata una discarica di scorie: sabbie macinate per un’area di 2200 mq e con uno spessore fino a 2 metri.
Il peso complessivo stimato è impressionante: 800-1000 tonnellate di residui metallurgici.

⛏️ Il minerale e le tecniche di estrazione

I metallurghi dell’età del Bronzo erano osservatori attenti della natura:

  1. per individuare i giacimenti i metallurghi preistorici partivano dalla superficie, osservando la colorazione delle rocce contenenti i minerali di rame e la particolare vegetazione ad essi associata, ad esempio la silene inflata.
  2. nella miniera si usavano il fuoco, che dilata la pietra e la frantuma, picconi e martelli in pietra, corno o metallo per attaccare i filoni metalliferi.
  3. una volta estratto, il minerale veniva portato fuori dai cunicoli con ceste.
  4. in superficie veniva fatta una prima cernita del materiale, per separare le parti di roccia sterile dai frammenti utilizzabili.
  5. le parti ricche di minerali venivano frantumate utilizzando macine e martelli in pietra.
  6. per macinare finemente il minerale erano utilizzate anche macine di grandi dimensioni, per le quali è stato ipotizzato un sistema di trazione con lunghi bastoni.

🦉 Chi erano i protagonisti?

All’epoca in cui erano in funzione i forni di Acqua Fredda, le comunità umane della regione vivevano in villaggi dislocati nel fondovalle, su terrazzamenti o alture, soprattutto in punti strategici per il controllo delle vie di comunicazione. E proprio nel periodo di massima attività estrattiva e fusoria, che assunse dimensioni addirittura proto-industriali, comparve attorno al XII secolo a.C. (Bronzo Finale) la Cultura di Luco (diffusa in Trentino Alto Adige, Tirolo, Engadina). L’oggetto che la caratterizza è una particolare brocca o boccale in ceramica che doveva avere anche un forte significato rituale, visto che si rinviene frequentemente in aree destinate a pratiche cultuali (roghi votivi).

⚒️ Dal produttore al consumatore

Il grande sviluppo delle attività estrattive ebbe ripercussioni anche sulla locale fabbricazione di oggetti in bronzo che sviluppò nuovi prodotti ma allo stesso tempo risentì dell’influenza della metallurgia nelle regioni vicine.

La roncola, ad esempio, è un’innovazione nello strumentario contadino che sembra avere origine locale, mentre altri strumenti, armi e ornamenti rimandano a modelli transalpini e del medio Danubio o dell’area veneta. Secondo alcuni autori sono proprio le popolazioni della pianura i principali acquirenti del rame trentino.

ARTIGIANI METALLURGHI E PASTORI🌿

Le comunità Luco dovevano avere un’organizzazione sociale di tipo tribale, regolata da vincoli di parentela, le cui élites controllavano la produzione mineraria e metallurgica. Secondo alcuni studiosi la collocazione della maggior parte delle aree fusorie come Acqua Fredda ad oltre 1000 mt. di quota e, in alcuni casi, anche a parecchi km di distanza dai giacimenti minerari, è dovuta alla necessità di un costante approvvigionamento di combustibile (carbone di legno). Il conseguente ampio disboscamento avrebbe agevolato altre pratiche stagionali, come il pascolo in quota, che potevano garantire il necessario apporto alimentare (formaggio) alle maestranze.

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🧭 Consigli di visita

Come arrivare: Il sito si trova nei pressi del Passo del Redebus, raggiungibile comodamente in macchina da Baselga di Piné o dalla Valle dei Mocheni.

Percorso: L’area è liberamente accessibile e visitabile con un breve sentiero attrezzato e pannelli informativi.

Periodo migliore: Da maggio a ottobre, quando il bosco regala colori e profumi intensi.

🍃🍂🍁Consiglio personale: Fermati in silenzio e immagina il fuoco che ardeva e il rumore del metallo che nasceva dalla roccia. E’ un’area archeologica in un luogo naturalistico stupendo. Assapora l’atmosfera.

 

♥ foto by Francesca Pontani

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