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STARE CON LE STELLE

Sapete il significato della parola “considerare”?

deriva da cumsideris, stare con le stelle.

In antichità si credeva che il nous umano originasse ed avesse la sua naturale dimora tra gli astri del firmamento. Così il riflettere, il pensare, significava ristabilire un legame con il cielo, salire tra le stelle (cumsideris).

Ma venne un tempo in cui il legame con il cielo si affievolì, gli uomini ebbero la sensazione di aver perso qualcosa. E cominciarono ad avere nostalgia di questo qualcosa, dimenticandosi nel tempo persino di cosa si trattasse.

Ritrovare quello che si era perso divenne il loro desiderio.

Desiderio, desiderare.

Desideris, stare lontano dalle stelle.

Come abbiamo potuto notare c’è una essenza nascosta nelle parole, che conferisce loro un enorme peso, come le pietre. Le stesse pietre che furono utilizzate dagli antichi per innalzare i loro sacri edifici… dove puntano questi giganti di pietra, se non al cielo, alle stelle?

Molto probabilmente chi li ha costruiti, percepiva con quelle onnipresenti sfere luminose una sorta di arcaico legame. Non c’erano luci artificiali in quelle antiche epoche, non c’erano i telefoni e neppure la tv. C’era soltanto il cielo, con i suoi astri e i suoi flebili colori smarriti nel buio …

e voi che cosa guardereste durante le lunghe notti, se a disposizione aveste soltanto una terra in cui sdraiarvi ed un cielo stellato sopra le vostre teste?

Dal giorno in cui siamo al mondo, abbiamo lasciato ovunque un po’ di noi, e chiunque è diventato parte di noi (A. Marcolongo, La misura eroica).

L’arte di ricordare e dispensare frammenti di sé.

«Sotto le ciglia chissà: Esiste navigando un desiderio che sta al di là della necessità di capire: la meta non è più arrivare: è navigare; contro il tempo, malgrado il tempo, a favore del tempo, nonostante il tempo, in mezzo al tempo.» Fabrizio De André

◯ Attesa

la notte allarga i confini

E’ quello di raccogliere i frammenti, in sé privi di significato, che giacciono sparsi in quelle borse dell’esperienza umana di cui è composto il nostro sottosuolo, per comporli in un grande racconto. Ciò implica valorizzare il noto, colmando anche le sue lacune, in modo da restituire il senso delle vite passate.

 Tutti gli eventi storici sono immortali. Essi possono agire in noi, invisibili, sconosciuti, insospettati. Una civiltà “passata” può dormire, talvolta, può sognare nel mare sconfinato dei suoi millenni e dei suoi ricordi. Può essere sepolta, schiacciata sotto ingenti masse di terra e di roccia. 

E tuttavia è in noi, anche se i suoi resti materiali sono ancora da scoprire, anche se sono nascosti, lontani.

Tutte le culture del tempo vivono in noi, e noi viviamo sorprendentemente radicati nel profondo di remote, enigmatiche civiltà, che debbono essere risvegliate di continuo, poiché hanno la bizzarra tendenza a tacere spesso e così ad ingannarci, come se non fossero più tra noi ed in noi. Ma una volta richiamate al mondo, tornano ad operare.

Un ricordo, un reperto, ci avvertono improvvisamente della loro tacita presenza. E ci assale allora una strana sensazione, come se volessimo piangere per qualcosa che ci è tanto vicino e che abbiamo perduto.

«l’uomo fu terra, vaso, palpebra/ di fango tremulo, forma d’argilla,/ fu anfora caribica, pietra chibcha,/ coppa imperiale o silice araucana./ Tenero e sanguinario fu, ma sull’impugnatura/ della sua arma di cristallo inumidito/ le iniziali della Terra erano/ scritte». Pablo Neruda, dal Canto generale

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