EGIZI ETRUSCHI. Da Eugene Berman allo Scarabeo Dorato

 

EGIZI ETRUSCHI: camminando e viaggiando nella Storia del Mediterraneo

Ripercorrere le tracce che il passato ci ha lasciato camminando e viaggiando nella Storia: perché?

Per valorizzare il nostro territorio e acquistare la consapevolezza che la nostra cultura e le nostre tradizioni nascono e derivano dalle Civiltà antiche.

Questo lo scopo della mostra “Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo dorato”, allestita per la prima volta a Montalto di Castro (Vt), nel complesso di San Sisto, Via Tirrenia.

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PER RACCONTARE e VALORIZZARE I REPERTI EGIZIANI TROVATI A VULCI

La mostra “Egizi Etruschi” non nasce a caso ma nasce per raccontare e valorizzare i molti reperti egiziani ritrovati in questi ultimi anni a Vulci (spesso tramite l’ausilio dell’Arma dei Carabinieri), primo fra tutti lo straordinario ritrovamento del 2016: la Tomba dello Scarabeo dorato (datata fine VIII-inizio VII secolo a.C.), una sepoltura con preziosi ornamenti provenienti dall’Egitto e appartenuti ad una giovane principessa. Tomba rinvenuta nell’ambito dell’attività di contrasto agli scavi clandestini che quotidianamente impegnano il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale insieme alla Soprintendenza.

EGIZI ED ETRUSCHI: due mondi a confronti

Egizi ed Etruschi: due mondi a confronto, così lontani ma anche così vicini. Così diversi ma anche così simili in molti aspetti del vivere spirituale. Due mondi e due civiltà differenti, in cui però non c’è il timore dell’altro e, anzi, dell’altro vengono assorbiti e afferrati alcuni aspetti culturali.

Ciò che poi stupisce è scoprire un simile sentire spirituale e uno stesso sogno di immortalità.

 

 

RACCONTARE DUE CIVILTÀ DEL MEDITERRANEO

Il nostro è un tempo dove ormai regna la globalizzazione, che sembra essere un modo di vivere fondamentale e prioritario. Ma così non è. Non è un modo di vivere e di essere fondamentale al nostro vivere, mentre importante, e attuale, è la conciliazione tra le identità e le diversità che ci caratterizzano. E questo è il senso di fondo che la Soprintendenza ha voluto dare proprio a questa mostra.

Raccontare due civiltà e due culture, due tra le più grandi civiltà che vissero sul Mediterraneo, un mare che nell’antichità ha sempre favorito gli scambi e l’incontro di culture.

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OGGETTI PREZIOSI ma CON FUNZIONE MAGICO-PROTETTIVA

Oggetti preziosi con funzione magico-protettiva provenivano dall’Egitto (soprattutto da Naucrati) e possedere un prezioso oggetto egizio da parte dei principi etruschi equivaleva ad aderire a quello stesso mondo fatto di un’imagerie di regalità, di elevazione a divinità che era propria dei Faraoni.

A Vulci nel 2013, nella Tomba delle mani d’Argento (necropoli dell’Osteria) è stato ritrovato lo scarabeo egizio con il prenome del Faraone Bocchoris che attesta la conoscenza di determinati “segni del potere” e la condivisione dell’ideale di regalità da parte degli aristocratici etruschi fin dalla fine dell’VIII secolo a.C.

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Un altro periodo in cui sono attestate relazioni tra Etruria ed Egitto è il III secolo a.C., quando la dinastia regnante, quella dei Tolomei, intratteneva rapporti commerciali e culturali con Ierone di Siracusa e con Roma. E, inaspettatamente, dagli scavi condotti nel 2017 a Vulci, in località Poggio Mengarelli, è stata rinvenuta una coppa di produzione alessandrina, proveniente dall’Egitto tolemaico, associata a strumenti che rimandano alla preparazione di medicamenti e infusi.

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EUGENE BERMAN

Oltre ai reperti di recente ritrovamento a Vulci, la mostra contiene anche alcuni preziosi oggetti della collezione di Eugene Berman, pittore, illustratore e scenografo russo, ma anche collezionista d’arte.

Sono i reperti che lui stesso acquistò durante i suoi viaggi in Egitto tra il 1964 e il 1965 e che nel 1972, alla sua morte, vennero acquisiti dallo Stato italiano.

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Alle numerose e misteriose maschere funerarie egizie collezionate da Berman, scenografo affascinato dai volti,

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sono accostate nella mostra alcune antefisse etrusche con volti femminili, che spesso raffiguravano menadi (donne del corteggio di Bacco-Dioniso) a rappresentare il contatto tra l’umano e il divino: uno dei temi dell’esposizione, forse tra i più suggestivi, che mettono a confronto la cultura etrusca con quella egizia.

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Osservando gli oggetti possiamo immaginare come le scelte di Berman siano state influenzate dal suo lavoro e dalle sue passioni.

L’ampia scelta di maschere funerarie, dodici esemplari in diversi materiali (legno, cartonnage e gesso) databili a diversi periodi della storia egiziana (Nuovo Regno, Secondo Periodo Intermedio, Epoca Tolemaica e Romana) poteva essere stata dettata dalla eco di teatralità che queste maschere potevano richiamare e dalla fascinazione che questi antichi volti ebbero sullo scenografo.

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Quello che colpisce maggiormente della collezione Berman è poi la grande quantità anche di tessuti copti,

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reperti preziosi perché altamente deperibili,

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ma affascinanti nelle trame del tessuto, nei colori e nelle immagini raffigurate.

EGIZI ETRUSCHI

Gli antichi Egizi vengono spesso dipinti come una cultura d’oasi e questo è sicuramente vero. Si tratta infatti di un popolo molto autoreferenziale e conservativo, innamoratissimo del proprio paese. Ma questo non significò che essi fossero chiusi in se stressi. Anzi.

In comune con gli Egizi gli Etruschi ebbero lo slancio nell’accogliere quanto di bello potesse derivare da popoli ad essi vicini o lontani. I principi etruschi investivano il surplus delle proprie risorse per acquisire beni suntuari che potessero avvicinarli allo stile di vita delle corti vicino-orientali. Tali sontuosi oggetti, utilizzati nella vita quotidiana, venivano poi tesaurizzati per l’eternità all’interno delle sepolture. Dall’Egitto giungevano in Etruria oggetti portatori di determinati “messaggi”: gli aegyptiaca come scarabei, pendenti e amuleti con il loro bagaglio di simbologie collegate alla nascita/rinascita e fecondità, si adattavano a raccontare soprattutto il ruolo delle donne di rango, come depositarie dei valori del ghenos.

amuleti egizi

La mostra è bella e interessante in tutte le sue parti, ma le due sezioni che mi hanno colpito maggiormente sono quella relativa all’ORO e quella sul SOGNO DELL’IMMORTALITÀ

IL METALLO DEGLI DEI: L’ORO

L’oro degli Egizi: la carne degli dei. L’oro per gli egiziani rappresentava la carne degli dei, in particolare quella di Ra, dio del sole, e della dea Hathor, sua figlia e manifestazione della sua luce, spesso definita con l’epiteto “la dorata”. Questo metallo era appannaggio del faraone; solo il sovrano poteva concedere ai nobili il possesso dell’oro, che diveniva quindi simbolo di prestigio sociale. Per ottenere questo riconoscimento non era sufficiente essere ricchi ma bisognava essersi distinti agli occhi del sovrano, solo così si partecipava a questa sorta di trasfigurazione nel divino.

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L’oro degli Etruschi: la luce del potere. L’oro nel suo valore simbolico e culturale è intimamente legato nel Vicino Oriente, in Egitto e in Etruria alla sfera del divino e alla regalità. Nel rituale funerario egizio è associato al concetto di incorruttibilità del corpo e, non a caso, con l’oro, in una sorta di rituale di rigenerazione, si ricopriva il defunto di alto rango che in tal modo si credeva raggiungesse l’immortalità. L’oro è infatti ritenuto una emanazione della divinità e, per la sua luminosità, è connesso alla luce solare e agli astri. Per tale motivo la magia dell’oro ha affascinato fin dalle origini le elites dei popoli del Mediterraneo; fin dal IX secolo a.C. nella civiltà villanoviana, i rari e piccoli oggetti in oro nelle sepolture sono un segno distintivo dello status di chi li possedeva, perché era esibizione di ricchezza e quindi simbolo esso stesso di potere e autorità all’interno della comunità.

fibula d'argento dorata

E’ poi soprattutto con l’Orientalizzante che si ha un’esplosione di questa “tendenza”, strettamente funzionali alle esigenze auto-celebrative delle aristocrazie etrusche le quali tentano di imitare il fasto delle corti orientali.

IL SOGNO DELL’IMMORTALITÀ’

Ogni egiziano dotava la propria tomba con il corredo funerario, in base al proprio status sociale e alla propria disponibilità economica. Nell’escatologia antico egiziana infatti il defunto doveva compiere un percorso complesso grazie al quale, dopo essere sceso nell’Aldilà e dopo aver superato numerose prove, tra cui la famosa “Pesatura dell’Anima”, giungeva al cospetto del dio Osiride e poteva “uscire al giorno”, espressione usata nei testi funerari del Nuovo Regno per definire la rinascita dopo la morte.

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Elemento principale del corredo era il sarcofago, che garantiva la protezione del corpo e per questo era chiamato neb ankh (signore di vita).

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Il sarcofago era essenziale infatti, per garantire la vita dopo la morte, conservare intatto il corpo dove poteva tornare il ba del defunto, presenza spirituale che dopo la morte assumeva forma di uccello a testa umana e poteva entrare e uscire dal corpo mummificato.

Nella mostra qui allestita, accanto a questo splendido sarcofago è presente anche la mummia di una bambina.

Io non fotografo mai le mummie, per pudore e rispetto, soprattutto quando sono senza bende come in questo caso. Però andare a guardarla vale davvero la pena. Ha gli occhi chiusi, le ciglia folte e lunghissime, un volto dolcissimo, sembra che dorme tranquillamente un sonno ricco di sogni. La testa coi capelli arricciati e teneramente arruffati come i bambini piccoli. E’ una scena che incanta, e che fa pensare a tante cose.

Per quanto riguarda gli Etruschi e il loro modo attraverso cui essi cercavano di elaborare quel tempo in cui il corpo lasciava la vita in epoca villanoviana (IX-VIII secolo a.C.) urne cinerarie riproducono le forme del corpo ormai combusto.

Molto suggestiva e interessante il parallelo del vaso canopo egiziano con quello etrusco.

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Il canopo etrusco è un contenitore di terracotta che conteneva i resti combusti del defunto, con la testa e a volte le braccia. Una scelta del ceto alto, simbolo esso stesso di distinzione sociale.

Il canopo egiziano era il contenitore in cui venivano conservate le viscere estratte dal corpo durante la mummificazione. Erano canonicamente quattro, e la forma più nota è quella in cui i loro coperchi sono la rappresentazione dei quattro figli di Horus: Imset, dalla testa umana che proteggeva il fegato; Hapi dalla testa di babbuino che proteggeva i polmoni; Duamutef dalla testa di sciacallo, che proteggeva lo stomaco; Qebehsenuef dalla testa di falco, che proteggeva l’intestino.

 

DOVE

Montalto di Castro (Vt)

Chiesa di San Sisto

Via  Tirrenia 14

ORARIO

aperto tutti i giorni

10.00-13.00 e 15.00-18.00

chiusura settimanale: lunedì

INFORMAZIONI

Fondazione Vulci

+39.0766.870179;

0766.89298

 www.vulci.it

 

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Francesca Pontani

Copywriter & Storyteller & ContentEditor Sono un'archeologa che senza l'archeologia non vive! Archeologia e Comunicazione Web 3.0 per me sono vitali come l'aria. Scrivo e Gestisco il blog del Museo Archeologico di Barbarano Romano: museoarcheologicobarbaranoromano.com e il mio blog archeotime.com Pubblico video on the road sul mio canale youtube ArcheoTime

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