IPOGEO DI VIA LIVENZA A ROMA

il video dal canale youtube ARCHEOTIME:

alla visita dell’ipogeo di Via Livenza ci conduce la Dott.ssa Francesca Ceci (Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Roma Capitale).

L’IPOGEO DI VIA LIVENZA

A pochi passi da Via Salaria, su Via Livenza, il cancello di un garage conduce ad una piccola porta di metallo: qui è l’ingresso dell’ “ipogeo di via Livenza”.

L’edificio venne alla luce nel 1923 durante i lavori per la costruzione di una palazzina, tra via Livenza e via Po, a 250 m. dalle Mura Aureliane, all’interno dell’area occupata dal Sepolcreto Salario. Situato sotto l’attuale livello stradale, è conservato solo in piccola parte, quella scampata all’edilizia di inizio secolo, grazie alla sensibilità e alla lungimiranza dell’ingegnere addetto alla costruzione del palazzo che, intercettato l’edificio antico, modificò il progetto di costruzione per salvarne almeno una parte.

Una piccola scala semi-buia e stretta ti fa scendere nella Roma sotterranea e, a 9 metri dal piano stradale, arrivi in un vano, dentro il quale una grande vasca è separata dal resto dell’aula da una transenna marmorea.

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L’ipogeo era originariamente a pianta basilicale absidata.

 

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La parete di fondo è uno spettacolo variopinto e multicolore di paste vitree e pittura: bianchi, rosso vermiglio, turchese compongono una trama colorata.

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Una trama colorata in cui protagonista è Artemide, signora dei boschi e delle selve, una regina raffigurata con diadema e corona di alloro. Artemide è immortalata, come in un’istantanea fotografica, immersa in uno sfondo boschivo, mentre già rosseggia il tramonto e lei è nel gesto di prendere la freccia dalla faretra, mettendo così in fuga un cervo e una cerva.

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Sul lato opposto della nicchia una giovane ninfa del suo gruppo è raffigurata in un momento di riposo mentre, appoggiata ad un’asta, accarezza il muso di un cerbiatto.

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Queste due immagini sono separate da una nicchia dipinta (originariamente destinata a contenere una statua) dove i quadrati di marmo giallo antico sono realizzati fintamente a pittura: una “visione” geometrica interrotta da un giardino dove due colombi volano ad abbeverarsi a una fonte (kantharos).

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Una vasca si trova nella parte sottostante: è di forma rettangolare e profonda e vi si scendeva attraverso dei gradini. Sul primo gradino si leggono le iscrizioni sepolcrali di militi delle coorti pretorie. Di fronte, vi è il foro di emissione e, accanto, un’apertura a saracinesca per far defluire l’acqua.

 

Alcune scene ad affresco compaiono nella fascia superiore delle pareti laterali: qui dei putti sono intenti alle attività di gioco e di pesca. Qualcuno, nuotando, trascina per il collo un cigno, che cerca invano di liberarsi. Qualcun altro, seduto su di uno scoglio, si diverte ad infilzare col tridente qualche pesce o polipo.  Altri navigano per le acque con le barche e la pesca da rete, in compagnia di uccelli acquatici. E’ una scena marina che fa da corredo alla parte superiore a mosaico, trattato a tesserine policrome di pasta vitrea. Se ne individua a fatica la parte inferiore con due figure, una in piedi e l’altra inginocchiata davanti ad una rupe dalla quale scendono rivoli d’acqua.

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Per alcuni la figura di Diana come cacciatrice simboleggerebbe il paganesimo che allontana i cervi (= i fedeli) dalla fonte battesimale e li uccide e la ninfa che li accarezza sarebbe una figura benevola al cristianesimo, tanto da definirla una sorta di nympha sancti Petri, e da legarla ad un noto luogo suburbano di Roma: ad nymphas Santi Petri ubi baptizavit.

Ma allora di che edificio si tratta?

QUALE LA SUA FUNZIONE?

L’ipogeo di via Livenza è stato studiato da molti studiosi e sono tante le ipotesi che gli archeologi hanno pensato:

Il Paribeni, che scavò l’ipogeo nel 1923, accennò alla probabilità che potesse trattarsi di un luogo di riunione per i Baptai, un’antica setta misterica che praticava il tuffo rituale nell’intento di provocare uno choc che conducesse all’estasi e all’ipnosi.

Il G.Wilpert dichiarò di riconoscere nell’edificio un battistero cristiano. La sua ipotesi veniva confortata dalla pianta “basilicale” dell’ipogeo, ma soprattutto dall’interpretazione del frammento del mosaico rimasto, in cui lo studioso riconosceva l’iconografia del “miracolo della fonte”.

Il Cecchelli, pur accettando l’interpretazione del mosaico data da Wilpert pensò che l’iconografia cristiana fosse stata assunta da un’ignota setta sincretistica e propose di identificare l’ipogeo con quello ad nymphas della via Nomentana.

Il Levi invece attribuì l’ipogeo all’età di Costantino identificandolo con un tempio per il culto delle acque.

Il Borda accennò alla possibilità che l’edificio potesse essere un ninfeo.

Le pitture furono infine datate dal Dorigo nei primi decenni del IV secolo d.C.

 

 

Francesca Pontani

Copywriter & Storyteller & ContentEditor Sono un'archeologa che senza l'archeologia non vive: Archeologia e Comunicazione Web 3.0 per me sono vitali come l'aria! Professionista della comunicazione web mi occupo di promuovere il tuo brand attraverso storytelling coinvolgenti ed emozionali: attraverso parole, immagini e video. Per collaborazioni di lavoro: www.francescapontani.it Scrivo e Gestisco il blog del Museo Archeologico di Barbarano Romano: museoarcheologicobarbaranoromano.com & il mio blog archeotime.com Pubblico video on the road sul mio canale youtube ArcheoTime

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