ARMENIA. IL POPOLO DELL’ARCA

video dal canale youtube ARCHEOTIME

A quei tempi si mise in viaggio il grande vescovo di Nisibi… uomo prescelto da Dio perché andasse dalla sua città sulle montagne dell’Armenia, sul Monte Sararad, nel territorio della signoria dell’Ayrarat, nella provincia di Korduk’… Costui, una volta giunto, mosso da un ardente e impetuoso desiderio , supplicava Dio di poter vedere l’arca della salvezza costruita da Noè, che si era fermata su quel monte dopo il diluvio” (Fausto di Bisanzio, Storia degli Armeni)

Nella sua Storia degli Armeni, Mosè di Chorene traccia una genealogia della discendenza di Noè dopo che, al termine del Diluvio, l’arca da lui costruita si arenò sui “monti dell’Ararat. E’ da Iafet, uno dei 3 figli del patriarca, che lo storico fa discendere Hayk, l’eroe eponimo degli Armeni. L’ethnos armeno giunse a formazione definitiva sull’altopiano est-anatolico/sub-caucasico dopo la caduta del regno di Urartu e dell’Impero Assiro alla fine del VII secolo a.C. In epoca ellenistica e romana gli Armeni possedevano una cultura e una civiltà fiorenti e vivaci; ma fu con la conversione al cristianesimo all’inizio del IV secolo e con la traduzione delle sacre scritture nella loro lingua, servendosi di un alfabeto proprio, agli inizi del V secolo, che la loro storia conobbe una svolta fondamentale.

La bellissima mostra “Armenia. Il Popolo dell’Arca” è allestita nel salone centrale del Complesso del Vittoriano, a Roma, a Piazza Venezia. E’ aperta fino al 3 maggio 2015, è a ingresso gratuito. Orario 9.30-19.30

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“Armenia. il popolo dell’Arca”.
(copyright Francesca Pontani)

Si tratta di un percorso attraverso la storia del popolo Armeno: dalla religiosità poetica e fiabesca che permea capitelli e croci khachkar fino, purtroppo, all’incubo del genocidio del 1915, vero abominio e atroce crimine contro l’umanità.

L’oggetto più prezioso in mostra è sicuramente la Croce con la reliquie di San Giorgio composta da oro, corallo, smeraldi e corniole. Ma non meno preziosi e splendidi sono i codici miniati medievali che con le loro immagini ti fanno entrare dentro le storie narrate dall’amanuense, così ricche di minuti dettagli e di uccellini e placidi animali che “abitano” quasi ogni centimetro del foglio.

Interessante è poi la parte sugli “Armeni in Italia” che mette in luce quanto la nostra cultura italiana e la nostra società siano così meravigliosamente eterogenee e sfaccettate di apporti culturali e di presenze etnico-sociali-religiose, tanto che forse, troppo spesso, si vogliono volutamente appiattire ad una pretesa cultura italiana piatta e culturalmente (e religiosamente) univoca.

E così nella penombra delle luci soffuse e con preziose e profonde litanie religiose cantate, puoi entrare in una dimensione alternativa al traffico caotico che circonda il Vittoriano a Roma.

ARMENIA CRISTIANA

Capitello con bassorilievi

Questo capitello viene dalla basilica di Kasagh ad Aparan, uno dei più antichi esempi di luoghi di culto armeno-cristiani. La decorazione su 3 lati si compone di varie scene: di cui la principale l’immagine di un uomo cinocefalo, raffigurato con la braccia spalancate, mentre stringe in mano un bastone e un cerchio; sul terzo lato un ramo fronzuto, simbolo dell’albero della vita.

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Capitello con bassorilievi:
IV-V secolo, Basilica di Kasagh, Aparan.
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, inv. N.898
(copyright Francesca Pontani)

Capitello con altorilievo della Vergine e del bambino

Questo è un capitello tronco-piramidale a sezione quadrangolare con al centro un foro in cui era infissa la croce che sormontava la colonna votiva. La Vergine e il Bambino sono raffigurati in posizione frontale e l’iconografia rimanda alla Madonna Odigitria: il capo della vergine è ornato da un velo che ricade morbidamente intorno al volto e scende a coprire tutto il corpo, la sua mano destra è poggiata sul ginocchio del Bambino, seduto sul suo grembo. Gesù ha i riccioli e grandi occhi a mandorla, e tiene la mano destra sollevata con gesto benedicente, mentre nella sinistra regge il vangelo.

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Capitello con altorilievo della Vergine e del bambino
V-VI secolo, Dvin
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv.2604-3
(copyright Francesca Pontani)

Capitello con scena della crocifissione e San Giorgio

Iconograficamente la scena ricorda le composizioni che appaiono sulle ampolle di olio santo conservate nel Duomo di Monza, la più antica delle quali risale tuttavia solo alla fine del VII secolo: questo capitello è dunque una delle rappresentazioni più antiche della crocifissione nell’arte cristiana in generale. Sul lato posteriore c’è una scena della crocifissione in cui il busto e il volto di Cristo, ornato con nimbo crucigero, sono inquadrati all’interno di un medaglione, anziché sullo sfondo del braccio superiore della croce. Sulla sinistra di Gesù appare un Giovanni evangelista nimbato in posizione eretta, non più conservata sulla sinistra forse la Vergine maria. L’intera scena è incorniciata da una decorazione vegetale a rami di acanto. Sul lato posteriore San Giorgio a cavallo, guerriero e difensore della fede, con il drago avvolto intorno ai piedi.

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Capitello con scena della crocifissione e San Giorgio
V-VI secolo Dvin
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv. 2604-7
(copyright Francesca Pontani)

IL RITO ARMENO

La liturgia armena, di origini molto antiche e ispirata a elementi derivanti dalla tradizione antiochena e bizantina, ma anche a usi del rito gallicano e romano, presenta alcune peculiarità che la distinguono dai riti seguiti dalle altre chiese orientali, tra le quali la celebrazione dell’Eucarestia con il pane azzimo (un unicum tra i riti orientali che l’accomuna alla liturgia latina) e senza commistione di acqua nel vino (caratteristica questa propria del rito armeno). Dalla Legge Veterotestamentaria, la chiesa Armena ha conservato la pratica dei sacrifici animali (matagh).

A differenza delle altre liturgie orientali, che separano il presbiterio dall’assemblea tramite le iconostasi, nel rito armeno è previsto l’uso di due tende, che vengono chiuse l’una nei momenti della preparazione delle offerte e l’altra per isolare il celebrante nel momento della comunione.

Il canto, ispirato ai contenuti della fede, è parte integrante della liturgia: la chiesa Armena possiede un ricco patrimonio poetico-musicale raccolto nello Sharaknots (Innario), una collezione di inni sacri (sharakan) in parte di origine autoctona e in parte provenienti dalle liturgie greca e siriaca.

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la tenda che viene chiusa nei momenti della preparazione delle offerte e per isolare il celebrante nel momento della comunione.
(copyright Francesca Pontani)

LA CROCE NELLA CULTURA ARMENA

Già nel II e I millennio a.C. sull’altopiano armeno erano realizzate stele di fattura semplice, che gli armeni chiamano vishap (drago), decorate con motivi zoomorfi, nello specifico figure di pesci e draghi. Con la conversione al cristianesimo l’arte della pietra conobbe nuove applicazioni: al V-VII secolo risalgono monoliti di carattere commemorativo o funerario di notevole altezza e dello stesso periodo sono attestati numerosi esempi di scultura a tuttotondo di croci di medie e grandi dimensioni, ricavate da un unico blocco di pietra, come gli esemplari ritrovati a Dvin.

Dal IX secolo in Armenia iniziarono ad essere realizzati i primi esemplari di khachkar (croce di pietra) che presto divennero vere icone della tradizione religiosa armena diffondendosi in ambito sia civile (come cippi miliari e segnali di confine) sia, e soprattutto religioso, come monumenti funerari, commemorativi o elementi decorativi in chiese e monasteri.

I khachkar sono cippi di pietra di varia altezza, il cui motivo centrale è sempre una croce, spesso decorata con cerchi intagliati all’estremità delle braccia, sostituiti in epoca più tarda con figure di foglie trilobate, a sottolineare la sua forza vitale e salvifica.

Alla croce e alla sua iconografia si ispirano anche numerosi oggetti di uso liturgico e i motivi decorativi impiegati nell’arte della tessitura.

Leggio con rilievo e iscrizione

Questo leggio proveniente da Ani, capitale del regno Bagratide tra il 961 e il 1045. Rami con melograni e fiori ornano una croce posta in un rosone circolare; alla base della croce un leone andante contornato da rami fioriti. Il felino porta al collo una collana, ha la lunga coda a volute, che termina in un fiore di loto, ripiegata sulla schiena e stringe una melagrana tra gli artigli della zampa destra anteriore, che tiene sollevata.

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Leggio con rilievo e iscrizione
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv.171
(copyright Francesca Pontani)

Croce in pietra con iscrizione

Croce armena. Nell’iscrizione commemorativa che circonda l’immagine: ”Voi che vi prostrate, ricordate il monaco Daniele nelle vostre preghiere. Anno 896 (=1447)”.

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Croce in pietra con iscrizione
1477
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv. 922
(copyright Francesca Pontani)

Khachkar

Riccamente decorata, tutti gli elementi sono riccamente intrecciati. Quattro croci di cui due stilizzate che crescono da due melograni, ai piedi della croce centrale, decorata con raffinate foglie trilobate alle estremità di tutti i bracci.

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Khachkar
XIII-XIV secolo, Monastero di San Gregorio Bardzrakash
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv. 66
(copyright Francesca Pontani)

Croce

Croce monolitica slanciata; in origine decorata con ramoscelli d’acanto stilizzati, di cui oggi rimane solo quello di sinistra. Il ramo di acanto che sale fino al braccio orizzontale simboleggia la fioritura della croce. Fu ritrovata nella località di Dvin, importante centro politico e religioso armeno fin dal V secolo, durante gli scavi archeologici condotti all’inizio del ‘900. Gli scavi portarono alla luce altre croci in pietra di varie dimensioni, tutte precedenti la nascita, nel IX secolo, dell’arte del Khachkar. Nell’Alto Medioevo croci di questo tipo erano generalmente collocate sulla sommità di colonne votive.

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Croce
VI-VII secolo, Dvin,
Yerevan, Museo di Storia dell’Armenia, n.inv.1905-34
(copyright Francesca Pontani)

Croce con reliquie di San Giorgio

Il reliquiario, che riprende i motivi delle planimetrie delle chiese armene del VII secolo a croce greca, si presenta in forma di gioiello in splendida fattura con argento dorato tempestato di smeraldi, coralli e corniole. Coppie di figure angeliche sono poste ai lati di decorazioni cruciformi. Al centro è conservata una reliquia di San Giorgio, venerato come martire dalle chiese orientali.

Tappeto Astghahavk

Questo tipo di tappeti era decorato con medaglioni romboidali o scudi a otto punte nella parte centrale, al centro dei quali era in genere riprodotto un disegno cruciforme, simboleggiante l’unione dell’elemento maschile e di quello femminile e l’idea della riproduzione. Le decorazioni sul bordo richiamano per stile e proporzioni le incisioni dei khachkar medievali.

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Tappeto Astghahavk
XIX secolo
Yerevan, Museo della Storia Armena, inv. n. 10246
(copyright Francesca Pontani)

Lapide con iscrizione in armeno

Il testo:”Signore ricordati di Zaruhi, (tua) indegna serva”. La scrittura utilizzata  è uno yerkatagir arrotondato, l’alfabeto onciale creato da Mashtots.

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Lapide con iscrizione in armeno
V secolo, Verin Talin
Yerevan, Museo della Storia Armena, n.inv. 2661
(copyright Francesca Pontani)

Timpano di un portale con altorilievo con la Vergine e il Bambino

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Timpano di un portale con altorilievo con la Vergine e il Bambino
Fine XIII secolo, copia in gesso,
Yerevan , Museo di Storia dell’Armenia.
(copyright Francesca Pontani)

Modello di chiesa con cupola centrale

Il modello, il più antico esempio di simili manufatti architettonici in ambito armeno, riproduce un edificio con pianta quadrata e cupola centrale. Il modello potrebbe essere servito da prototipo nelle fasi di progettazione e costruzione di una chiesa. Modelli simili erano molto diffusi nell’architettura armena medievale ed erano in genere utilizzati come  donativi, reliquiari, prototipi architettonici o per essere inseriti come elementi decorativi sul frontone delle chiese.

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Modello di chiesa con cupola centrale
VII secolo, Angeghakot
Yerevan , Museo di Storia dell’Armenia, n.inv. 2858
(copyright Francesca Pontani)

Gli Evangelisti Matteo e Luca, Vangelo di Milke

Questo è il più antico manoscritto armeno miniato giunto integralmente fino a noi. Le immagini seguono i canoni iconografici tipici dell’Oriente cristiano a partire dal VI secolo. I ritratti degli evangelisti sono contraddistinti da solennità, sottolineata anche dai tendaggi alle loro spalle che richiamano il sipario teatrale.

Ritratto dell’Evangelista Matteo

Il codice fu realizzato nell’antico scriptorium di Drazark, in Cilicia, da Sargis Pitzak, il miniaturista e copista armeno più celebre della prima metà del XIV secolo. La miniatura mostra l’evangelista Matteo seduto, nell’atto di scrivere su un foglio bianco. La sua figura si staglia sul fondo dorato. In ginocchio ai suoi piedi è ritratto un tale Sargis, forse lo stesso Pitzak. UN angelo sporge dalla cornice con la mano tesa in segno di benedizione in direzione dell’evangelista. La miniatura è delimitata da una cornice decorata con motivi floreali.

Crocifissione, Vangelo di Skevra

Il manoscritto è stato miniato in uno dei più importanti scriptoria dell’Armenia ciliciana, quello di Skevra.  All’inizio di ogni singolo Vangelo non sono rappresentati gli evangelisti, come avviene di solito nei manoscritti armeni, ma un episodio rilevante della vita di Cristo. Sullo sfondo dorato si staglia la Croce, ai suoi piedi la Vergine con un’altra donna, a destra Giovanni con un centurione.

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Crocifissione, Vangelo di Skevra
1193, Skevra
Venezia, Biblioteca dei Padri Mechitaristi di San Lazzaro
(copyright Francesca Pontani)

Tavole di Concordanza

Presenta una commistione di elementi armeni e bizantini, di esecuzione estremamente raffinata che ricorda le tecniche del cloisonné in uso nella cultura bizantina dell’epoca. A giudicare dalla qualità delle miniature si può dedurre che il manoscritto sia di committenza principesca e risalga al periodo della dinastia bagratide.

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Tavole di Concordanza
Vangelo di Trebisonda
X-XI secolo
Venezia, Biblioteca dei Padri Mechitaristi di San Lazzaro
(copyright Francesca Pontani)
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dettaglio: Tavole di Concordanza
Vangelo di Trebisonda
X-XI secolo
Venezia, Biblioteca dei Padri Mechitaristi di San Lazzaro
(copyright Francesca Pontani)

Strage di innocenti e Battesimo del Signore

Colori vivaci e grande espressività.

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Strage di innocenti e Battesimo del Signore
1357, Monastero di San Giorgio, Vaspurakan
Yerevan, Matenadaran.
(copyright Francesca Pontani)
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copyright Francesca Pontani

IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI

Il genocidio è un crimine di lesa umanità.

Nel 1908 nell’Impero Ottomano si afferma il Governo dei Giovani Turchi. L’intenzione di eliminare i sudditi armeni che vivevano da secoli nell’impero è parte di un piano di ingegneria sociale che i Giovani Turchi rendono esplicito nell’intento di costruire un’identità nazionale turca che, per affermarsi, deve stigmatizzare come “estranee” innanzitutto le popolazioni non turche.

A fine marzo 1915 i Giovani Turchi decidono di porre fine alla “questione armena”, all’ombra della Grande Guerra. Viene istituito un braccio militare esecutivo, per l’eliminazione degli Armeni: l’Organizzazione Sociale.

Il genocidio degli Armeni inizia simbolicamente il 24 aprile 1915, quando a Istanbul viene arrestata l’intelligensia armena, che verrà decimata. La popolazione maschile armena viene chiamata alle armi, disarmata e sistematicamente eliminata.

Inizia quindi la deportazione di tutti gli armeni verso i deserti della Siria (le marce della morte) intrecciate da uccisioni di massa, mutilazioni, stupri, torture… arrivati a destinazione i sopravvissuti saranno uccisi.

Il genocidio portò alla morte 1.500.000 di armeni e ne costrinse all’esilio più di 500.000.

Il 24 maggio 1915 Francia, Gran Bretagna e Russia sottoscrivono una dichiarazione congiunta che condanna i massacri degli Armeni in corso e accusa la Turchia di “crimine contro l’umanità e la civiltà”.

Nell’impero Ottomano è in corso un genocidio, cioè una serie di atti effettuati con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Quel termine coniato dal giurista ebreo-polacco Raphael Lemkin nel 1943 si basa sui suoi studi sull’eliminazione degli armeni ed è alla base della “Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”.

Francesca Pontani

Copywriter & Storyteller & ContentEditor Sono un'archeologa che senza l'archeologia non vive: Archeologia e Comunicazione Web 3.0 per me sono vitali come l'aria! Professionista della comunicazione web mi occupo di promuovere il tuo brand attraverso storytelling coinvolgenti ed emozionali: attraverso parole, immagini e video. Per collaborazioni di lavoro: www.francescapontani.it Scrivo e Gestisco il blog del Museo Archeologico di Barbarano Romano: museoarcheologicobarbaranoromano.com & il mio blog archeotime.com Pubblico video on the road sul mio canale youtube ArcheoTime

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