IL CASTELLO DI VULCI: STORIE DI CAVALIERI TEMPLARI E DI PRINCIPI TOMBAROLI

dal canale youtube ArcheoTime

l’articolo fa parte della serie ENTRA IN QUESTO MUSEO

Nel Lazio, al confine con la Toscana, in Maremma, si trova il Castello dell’Abbadia di Vulci, un colpo d’occhio eccezionale soprattutto per il ponte etrusco-romano sopra il fiume Fiora, un capolavoro di ingegneria. Salirci sopra mette le vertigini, per quanto è alto sul burrone sottostante.

Dentro il Castello è custodito il Museo Nazionale Archeologico che raccoglie le meraviglie del territorio circostante (ne parlerò meglio, e nel dettaglio, in un prossimo post). L’orario di apertura è: 8.30-19.30 (lunedì giorno di chiusura). Il costo del biglietto: 2 euro.

Ma il Castello di Vulci ci racconta anche altre storie, almeno tre quelle principali: quella di un Cavaliere Templare, quella degli “spidi” e quella di un “Principe Tombarolo”.

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il Castello di Vulci
(copyright Francesca Pontani)

UN TEMPLARE AL CASTELLO

I Templari (i famosi “Cavalieri del Tempio” intendo) c’entrano sempre. Non c’è niente da fare… dovunque ti giri, ecco che sbuca un Templare che è stato lì e si è occupato di quella cosa… non lo dico io, ma gente più illustre di me, tipo Umberto Eco, per esempio (nel Pendolo di Foucault).

Il Castello di Vulci non faceva parte dei possedimenti che i Cavalieri del Tempio detenevano in esclusiva proprietà e del cui guadagno economico non dovevano rendere conto neanche al Papa, anche se loro, in quanto monaci/soldati, dal Papa dipendevano: sì lo so sembra un discorso un po’ ingarbugliato, però è così, l’ho letto sul libro “Storia segreta dei Templari” di Enzo Valentini, il ricercatore più autorevole su questo argomento storico, che ha scritto questa piccola enciclopedia sui Templari.

Dunque, la Rocca di Vulci non divenne mai proprietà dei Templari, ma sul finire del XIII secolo Fra’ Paolo, un Templare, viene inviato qui e nominato dal Papa castellano della Rocca. La Rocca di Vulci costituiva un importante punto strategico perché controllava la strada commerciale che dalla Toscana passava sopra il ponte etrusco-romano sul Fiora e si dirigeva a Roma.

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Quindi non a caso (penso io) viene qui dato un incarico così importante ad un Templare, considerata la perfetta macchina economica che questo ordine Cavalleresco aveva saputo mettere in piedi e consolidare fin nei minimi particolari, in un tempo relativamente ristretto, merito di persone geniali e in-gamba che sapevano il fatto loro. Qui Fra’ Paolo viveva occupandosi di tutte quelle incombenze che erano il lavoro di un castellano: e cioè raccolta di tasse e balzelli, raccolta del grano e dei prodotti agricoli, controllo e sicurezza delle strade.

GLI “SPIDI”

Entrando nel cortile del Castello di Vulci, se alzi gli occhi, vedi dei cosi di metallo appesi alle pareti: si chiamano “spidi” e sopra di loro d’estate ci sono le rondini che fanno i nidi, e guardarle è uno spettacolo…

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gli “spidi” appesi sulle pareti, con i nidi di rondini pronti per ospitarle appena arriva la primavera.
(copyright Francesca Pontani)

Gli “spidi”, però, non fanno riferimento agli spiedini che si mangiano, non sono stura-lavandini (!?), non puliscono le grondaie o i caminetti…no, no, no … SONO (ops) DOVREBBERO essere dei simboli messi lì come le teste impagliate di qualche mostro a dieci teste, a ricordo di qualcosa che nelle nostre campagne non si fa più…

Sì perché gli “spidi”, in gergo tombarolesco, erano gli strumenti utilizzati dai tombaroli per saggiare (sì proprio così: fare un saggio) nel terreno per sentire se sotto “suonava” vuoto.

Se il responso dell’addetto allo “spido” era che sotto suonava vuoto, significava che lì sotto c’era una tomba, e quindi si procedeva allo scavo (tombarolesco).

Gli “spidi” qui esposti sono solo un piccolo esempio dei tantissimi sequestrati nel corso degli anni passati… strumenti che hanno ucciso la nostra storia e il nostro patrimonio culturale… una piaga che purtroppo è solo un’utopia che venga debellata …

Sì perché non è insolito (se proprio guardi bene) avvistare da lontano persone con un coso di metallo in mano che emette suoni e vibrazioni (credo) al minimo sentore di qualcosa di metallo… di bronzo…  arranfano tutto quello che trovano, distruggendo strati di storia che non ci verranno più restituiti…

…si dice che vengano trovate statuette etrusche di Auguri di bronzo, si dice anche con iscrizioni, boh, saranno voci…

UN “PRINCIPE TOMBAROLO”

Comunque qui a Vulci c’è stato anche un tombarolo illustre: un Principe, il cosiddetto “Principe Tombarolo.

Si chiamava Luciano Bonaparte, era fratello del più famoso Napoleone, e forse, se non fosse stato messo da parte, ignorato e non considerato dal fratello, questo principe tombarolo non sarebbe venuto a fare danni dalle nostre parti (:-) ).

La situazione è questa: sull’orlo di un crac finanziario, dieci bocche da sfamare (quelle dei figli) più l’esigente moglie; vizi da soddisfare e amanti da mantenere Luciano vende tutto, ma non basta.

Nel 1814 per rogito di Pio VII, Luciano diventa principe di Canino e nel 1828 gli capita su un piatto d’argento Vulci, la cui importanza viene alla luce dopo il crollo della volta di una tomba a camera.

E’ a questo punto che a Luciano viene in mente la geniale (?!) intuizione che tutto questo ben di dio possa essere sfruttato economicamente. E’ così che inizia a sfruttare le ricchezze archeologiche delle sue terre per creare un mercato internazionale di antichità.

La “fabbrica degli scavi” manifestò da subito esiti assolutamente sorprendenti: in poche settimane Luciano setacciò un’area di circa 2 ettari portando alla luce oltre 2000 vasi. Il Principe nutriva una spiccata passione per le ceramiche dipinte, tanto da ordinare al soprintendente che aveva assunto per la direzione dei lavori di recuperarne anche la più piccola porzione”.

Di tutto questo ci riferisce il Dennis che fa visita al castello di Musignano (residenza di Luciano Bonaparte) e ci descrive il “metodo di scavo” messo in atto:

una squadra di operai lavorava alacremente sotto la sorveglianza di uno sgerro armato. La tomba veniva aperta e rapidamente ispezionata; ogni minimo “coccio” dipinto veniva raccolto e riposto in una cesta; tutto il restante vasellame veniva sistematicamente distrutto e triturato; dopodiché la tomba veniva nuovamente chiusa, interrata, e si passava alla successiva.” (Giuseppe Moscatelli, “Il Principe tombarolo: Luciano Bonaparte e il Sacco di Vulci“)

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il Castello dell’Abbadia di Vulci visto dal ponte sul fiume Fiora.
(copyright Francesca Pontani)

Francesca Pontani

Copywriter & Storyteller & ContentEditor Sono un'archeologa che senza l'archeologia non vive: Archeologia e Comunicazione Web 3.0 per me sono vitali come l'aria! Professionista della comunicazione web mi occupo di promuovere il tuo brand attraverso storytelling coinvolgenti ed emozionali: attraverso parole, immagini e video. Per collaborazioni di lavoro: www.francescapontani.it Scrivo e Gestisco il blog del Museo Archeologico di Barbarano Romano: museoarcheologicobarbaranoromano.com & il mio blog archeotime.com Pubblico video on the road sul mio canale youtube ArcheoTime

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