PRINCIPI IMMORTALI. FASTI DELL’ARISTOCRAZIA ETRUSCA A VULCI

Nel video l’inaugurazione della mostra a Vulci, nel museo Archeologico del Castello: al minuto 3.30 puoi vedere le Mani d’Argento e lo Scarabeo Egizio al minuto 3.56

La mostra “Principi Immortali. Fasti dell’aristocrazia etrusca a Vulci” è ospitata fino all’11 gennaio 2015 presso il  Musée du Cinquantenaire di Bruxelles.

Bruxelles è il coronamento del viaggio che il principe, e il suo straordinario corredo funebre, hanno intrapreso con la prima esposizione al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma e proseguito con Vulci, al Castello della Badia, nei luoghi dove il principe e la sua famiglia hanno vissuto.

La sorprendente personalità di un ricco ed ignoto Principe Etrusco della città di Vulci è il filo rosso della mostra con gli oggetti del corredo che ci parlano delle relazioni commerciali e, soprattutto, culturali che legavano e tenevano in stretto contatto i diversi attori che agivano nel bacino del Mediterraneo.

Nella primavera del 2013, tra le molte sepolture della Necropoli dell’Osteria, è riemersa una tomba monumentale che ha restituito le preziose mani in lamina d’argento ed oro, unico resto della pregiata statua deposta come simulacro del principe defunto nella tomba di famiglia scavata nella roccia.

Dal passato sono così riaffiorate le vesti e gli ornamenti in materiali preziosi, i sontuosi vasi da banchetto, i carri e le bardature per i cavalli, che accompagnavano i principi etruschi nei momenti più importanti della loro vita e li seguivano nell’ultimo viaggio.

Dall’Etruria Meridionale giunge così al cuore dell’odierna Europa, l’immagine di una società antica che accogliere, scambia e condivide la cultura del Mediterraneo.

Per chi ha perso le tappe italiane della mostra e non può andare a Bruxelles, può entrare insieme a me nelle sale espositive.

Torniamo insieme indietro nel tempo, in un tempo perduto…

Museo_Archeologico_Nazionale_Vulci.copyright.francesca.pontani
Il Castello della Badia di Vulci che ospita il Museo Archeologico nazionale.
photo copyright Francesca Pontani

VELCH, ovvero VULCI

Vulci è una città il cui nome, cinquanta anni addietro, era appena conosciuto, ma che ora, per gli splendidi e antichi tesori che ha rivelato, viene esaltata sopra ogni altra città del mondo antico, comprese, sotto certi aspetti, Ercolano e Pompei” (G.Dennis, The Cities and Cemeteries of Etruria, 1883)

Fascino, Natura e Storia: questi sono gli elementi che fanno di Velch, ovvero Vulci, una delle più importanti città dell’Etruria. Un territorio, questo dell’Etruria Meridionale, caratterizzato da una spiccata specificità culturale ed archeologica che crea quella impalpabile armonia dei sensi, che rimane indelebile nel ricordo di chiunque si “avventuri” in questi luoghi.

 

LA TOMBA DELLE MANI D’ARGENTO ALL’INTERNO DELLA NECROPOLI DELL’OSTERIA

C’è qualcosa di inquietante a Vulci, qualcosa di molto bello” (D.H.Lawrence, Etruscan Places, 1932)

La Mostra nasce come diretta conseguenza (in tempi davvero da record una volta tanto!) del ritrovamento nel 2013 della Tomba delle Mani d’Argento, eccezionale scoperta archeologica effettuata nella Necropoli dell’Osteria (Area C), a pochi metri dall’ingresso del Parco Archeologico di Vulci.

 

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Le Mani d’argento ritrovate nel 2013 nella Tomba 1 della Necropoli dell’Osteria a Vulci.
photo copyright Francesca Pontani

Mani d’argento e oggetti preziosi [dal punto di vista storico-culturale] come lo scarabeo egizio, che ci fanno entrare nel mondo degli Etruschi del VII secolo a.C.

La Mostra è nata quindi per valorizzare l’eccezionale dato storico e culturale scoperto, collegato a sua volta al messaggio che la Sovrintendenza cerca di gridare forte: e cioè contrastare l’attività degli scavi clandestini che saccheggiano [purtroppo ancora ogni giorno! E non è retorica ma un fatto vero!] il patrimonio culturale di Vulci, che poi è di tutti, e da tutti dovrebbe essere liberamente fruito.

 

CAVALLI E CARRI DA PARATA

Quando all’alba si levò l’Aurora splendente, misero al giogo i cavalli, salirono sul carro variopinto, lo spinsero fuori dall’atrio, dai portici pieni di echi, frustò i cavalli Pisistrato ed essi di slancio volarono. Giunsero nella pianura ricca di grano…” (Odissea III, 491-495)

Il possesso e l’esibizione di veicoli cerimoniali con i relativi animali da tiro, appannaggio dei soli esponenti della classe aristocratica, si caricano di significato simbolico durante la cerimonia funebre, quando il carro viene sepolto nella tomba insieme agli altri beni di lusso appartenuti al defunto.

I resti della biga adagiata nella Camera B permettono di ricostruire il veicolo: cassa dal telaio a forma di U con terminali posteriori sporgenti dal predellino di salita, parapetto ornato di lamina bronzea stampigliata, ruote ad 8 raggi rinforzate di ferro, i finimenti equini. Inoltre la pregiata bardatura equina della Camera A è stata probabilmente fabbricata nella vicina Vetulonia e testimonia gli scambi avvenuti tra i ceti dominanti delle due città a livello sia diplomatico sia commerciale.

 

 

LE MANI D’ARGENTO

Vulci era una piccola città ma estremamente ricca e civilizzata, contenente le più belle opere d’arte che siano mai state trovate di gioielleria, bronzo, terracotta, scultura e pittura” (Mrs. Hamilton Gray, Tour to the sepulchres of Etruria, 1839, 1840)

Le due mani sono state realizzate lavorando a sbalzo una sottile lamina in lega d’argento e rame. Le dita sono state distinte dal dorso mediante segni incisi sulle superfici esterne con andamento semicircolare.

Sulla mano sinistra, e solo dopo la pulitura, è emersa la doratura sulle unghie e su tre dita (pollice, anulare e mignolo), decorazione preziosa che è stata eseguita applicando sull’argento una leggerissima lamina d’oro, una “foglia”, ottenuta con ripetute martellature.

Lo scavo ha restituito i due reperti in condizioni di estrema fragilità e frammentarietà. Il materiale metallico è ormai infatti del tutto mineralizzato e trasformato in cloruro d’argento, secondo quanto è emerso dall’analisi col microscopio a scansione elettronica. Per questa ragione la pulitura è stata effettuata solo sulle superfici esterne, mentre internamente, dopo avere rimosso il terriccio di scavo, è stato applicato un velatino sintetico a loro sostegno. Per garantirne la conservazione, le mani sono inserite in un climabox che assicura adeguate condizioni ambientali.

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dettaglio della doratura sulle unghie.
photo copyright Francesca Pontani

 

DALL’UMANO AL DIVINO

A sinistra del tempio di Atena Chalkioikos, è stata eretta una statua di Zeus Hypatos, la più antica di tutte le statue in bronzo. Non è fatta di un pezzo solo, ma le singole parti sono state fuse separatamente e poi incastrate fra loro, e dei chiodi le tengono insieme, impedendo che si separino” (Pausania III, 17,6)

Le mani in lamina rinvenute all’interno della Camera A della Tomba delle Mani d’argento dovevano appartenere ad una statua polimaterica o sphyrelaton (le statue realizzate in lamina di metallo).

Ovvero quei simulacri che accompagnavano, nel rituale funerario, gli esponenti di alto rango della società di Vulci, con l’intento di compensarne, simbolicamente, la perdita della corporeità e farli assurgere, sublimandone la morte, ad una dimensione ormai eroica ed immortale.

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Quello in primo piano è un altro esempio di Mano, però di bronzo, ritrovata a Norcia. Collezione Castellani, Museo Etrusco Villa Giulia.
Le due Mani sul fondo con i bottoncini d’oro provengono invece da Vulci.
Museo Gregoriano Etrusco.
photo copyright Francesca Pontani

 

DALLA NECROPOLI DELL’OSTERIA

La storia di Vulci è raccontata nei suoi sepolcri. Se non fosse per questi e per i meravigliosi segreti che essi rivelano, Vulci avrebbe lasciato fino alla fine dei tempi nell’oscurità il suo sito inascoltato, la sua stessa esistenza dimenticata” (G.Dennis, The cities and cemeteries of Etruria, 1883)

La Tomba delle Mani d’Argento (Tomba 1) è venuta alla luce nella primavera del 2013, durante le indagini nella cosiddetta Area C della Necropoli dell’Osteria, nei pressi di un altro gruppo di importanti e fastose sepolture, tra cui la Tomba della Sfinge, nota per avere restituito esempi di scultura funeraria.

La sepoltura si distingue per monumentalità e per essere articolata in un lungo corridoio (dromos) di accesso e in 3 camere funerarie che contenevano i resti di almeno 3 individui. La tomba si inserisce in un contesto di necropoli in uso da un periodo piuttosto antico ed ipoteticamente relativo ad almeno 4 generazioni di un unico grande gruppo familiare.

La prima fase di utilizzazione è quella delle cosiddette “tombe a fossa profonda”, datate tra la fine dell’VIII e gli inzi del VII secolo a.C. (Fase I). Da una di esse proviene l’eccezionale esemplare di scarabeo-sigillo esposto nella mostra.

In una fase successiva (Fase II a) l’area viene occupata da tombe a camera singola con un corridoio a gradini e, tra esse, spicca per dimensione e corredo la Tomba delle Mani d’Argento (Fase II b), certamente destinata ad una famiglia eminente della città. Attorno ad essa e per tutto il VII secolo a.C. continuano a catalizzarsi gli sforzi costruttivi destinati sia ad altre tombe a camera, probabilmente di personaggi collegati a quei principi (Fase II c), sia ad almeno un edificio di culto gentilizio, decorato da una lastra di rivestimento di tetto in terracotta dipinto (struttura C).

Dopo una fase di forti rimaneggiamenti dell’area ad est della Tomba 1, a partire dal IV secolo a.C. le attività si concentrano attorno a piccole strutture (Fase IV), a forma di recinti quadrangolari (Strutture A-B), probabilmente utilizzati per rituali funerari, accanto ai quali riprende l’utilizzo di seppellire defunti, stavolta incinerati dentro olle.

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Spazio recintato quadrangolare utilizzato per rituali funerari.
photo copyright Francesca Pontani

 

LE VESTI CERIMONIALI

Ad Antinoo l’araldo portò un grande peplo, ricamato, bellissimo; su di esso vi erano 12 fibbie, tutte d’oro, con i fermagli ricurvi; ad Eurimaco una collana preziosa, d’oro misto a grani d’ambra, lucenti al par del sole; a Euridamante i servi portarono due orecchini, fatti di tre grosse perle ciascuno, splendevano di infinita bellezza…” (Odissea, XVIII, 292-298)

Perle d’oro, di ambra, di pasta vitrea e di faience; pendenti di argento a forma di anforetta: sono tutti elementi che sono appartenuti ad una collana a più fili, rinvenuti al centro della camera principale della tomba, nello strato di riempimento fortemente alterato dagli scavi clandestini.

Sono questi gli oggetti di ornamento che decoravano le vesti funerarie cerimoniali che ci “parlano” dei contatti tra le aristocrazie che gravitavano intorno al Mediterraneo: sì perché le ambre sono di provenienza baltica e che i vaghi di faience hanno un componente, il natron, egiziano.

Un eccezionale gancio d’oro massiccio e fibule in ferro dovevano trattenere un mantello o un velo di lana finissima decorato da quasi 2000 bottoncini dorati. Sia il gancio che l’anello probabilmente ad esso associato presentano evidenti segni di usura e una straordinaria tecnica di realizzazione in sottilissimi fili ritorti e saldati l’uno all’altro. I bottoncini dorati erano stati applicati, con filo inserito in un minuscolo occhiello tramite un ago ricurvo, su un tessuto di lana, a formare dei moduli decorativi oggi perduti.

Le fibule di ferro conservano vistose tracce di una bordatura di tessuto più pesante, lavorata con la tecnica “a tavolette”, tessere forate in legno o terracotta che permettevano l’intreccio dei fili su piccoli telai a mano. Le lamine d’argento con il motivo dell’albero della vita alludono al collegamento cosmico tra terra e cielo. Rimandano ad altri contesti principeschi dell’Etruria meridionale sia le placchette d’oro lavorate a sbalzo, usate per impreziosire vesti, cinture o pettorali, sia la raffinata fibula d’argento in lamina d’oro di una delle camere secondarie (Camera B).

 

 

 

LO SCARABEO DEL FARAONE: Sì, MA QUALE FARAONE ESATTAMENTE?

Nell’Antico Egitto lo scarabeo rappresentava la rinascita del Sole ed era associato al ciclo del rinnovamento regale. Grazie alla relazione tra divinità e sovrano, gli scarabei riportavano spesso il nome e/o la raffigurazione di un re che servivano a potenziarne gli effetti apotropaici.

Il materiale usato per la realizzazione di questo scarabeo di Vulci sembra essere faience, ovvero un impasto a base di silice invetriato e sottoposto infine a cottura.

I dettagli ad incavo dei geroglifici sono sottolineati dall’applicazione di una colorazione scura, probabilmente nero manganese. Il contorno dei segni più grandi è stato realizzato con grande abilità; più approssimativa appare invece la fattura dei geroglifici più piccoli dovuti alla dimensione miniaturistica dello scarabeo.

La base è decorata da una iscrizione verticale, disposta secondo l’asse più lungo e racchiusa entro un ovale, leggibile da destra a sinistra.

I curatori della mostra così descrivono l’iscrizione presente sullo scarabeo:

“In alto è visibile il segno z3, geroglifico molto usato sugli scarabei per il suo significato di “protezione”. Segue un falco con flagello, che concorre a formare la titolatura regale. Al centro compare un cartiglio regale che, per ragioni di spazio, ha subito una rotazione di 90° assumendo una posizione orizzontale. All’interno del cartiglio compare in scrittura verticale la parola Uahkara, prenome del faraone Bekenrenef, noto come Bocchoris. All’estremità inferiore è inserito il geroglifico nb con mera funzione riempitiva. Traduzione: protezione di Horo Uahkara “.

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